Parco Archeologico delle Terme di Baia
Pur essendo stati apprezzati dagli studiosi fin dall’antichità, anche se prevalentemente come luogo di villeggiatura, i Campi Flegrei acquisirono grande prestigio tra il XVII e il XX secolo quando questa meta fu inclusa tra le tappe del Grand Tour, per l’intrinseco valore culturale di un paesaggio stratificato e ridisegnato nei secoli da fenomeni vulcanici e di bradisismo. L’equilibrato legame tra natura e testimonianze archeologiche, particolarmente evidente nell’area dell’attuale parco archeologico delle Terme di Baia, venne però alterato durante lo scorso secolo quando prima l’apertura della ferrovia cumana, poi la realizzazione dei cantieri navali – tra il castello Aragonese e l’area termale – e infine le operazioni di risistemazione urbanistica crearono una scissione tra il parco e i c.d. templi di Diana e Venere. Seppure caratterizzate da elevata compenetrazione con la città moderna, le strutture archeologiche delle terme romane di Baia furono finalmente dichiarate “Parco Monumentale” nel 1936 ad opera dell’allora soprintendente delle Antichità in Campania Amedeo Maiuri che ne curò anche gli interventi di restauro effettuati – in maniera non continuativa a causa del conflitto bellico in corso – dal 1941 al 1961.
Se da un lato sono costretti a confrontarsi con un forte dinamismo orografico che attraverso i secoli ha portato ad un innalzamento di alcuni metri del piano di calpestio, i reperti del parco Archeologico delle Terme di Baia – che sbalordirono Petrarca nella sua esperienza napoletana, ma che già apparivano maestose nei racconti degli scrittori contemporanei, come riportato da Seneca nelle Epistulae morales ad Lucilium – appaiono caratterizzati da una stoica fissità perpetua e immutabile articolata in uno dei complessi più estesi e stratificati che ci siano, ad oggi, pervenuti. Dalle poderose coperture dei cosiddetti templi di Diana, Mercurio e di quello che resta del c.d. Tempio di Venere, attraverso le sorprendenti sezioni verticali della villa dell’Ambulatio che si inerpicano sul versante scosceso a occidente, nelle quali l’intimità originaria degli spazi interni diviene oggi una esternalità esibita con grande fascino, proseguendo per il complesso dell’Afrodite di Sosandra, in cui dal prato dell’antica piscina si susseguono gli ambienti su tutte le quote della accidentata collina sovrastante, sino alla conurbazione architettonica delle piccole terme nel settore meridionale di Venere, separata oggi dal cosiddetto tempio nel quale lo spazio interno celebra, senza soluzione di continuità, il suo ascendere direttamente verso il cielo.
Gli importanti ritrovamenti baiani risultavano quindi già fortemente compromessi nel 1936, quando furono avviate le prime operazioni di scavo e sistemazione sotto la direzione del Maiuri, che ne descrisse, più tardi, una condizione di grave criticità geologico-ambientale ed antropica che sostanzialmente ancora permane.
Interfacciandosi con l’imponente sagoma del Castello Aragonese che domina l’insenatura naturale, le maestose aule termali emergono nel paesaggio baiano quali sorta di landmark ante-litteram, fin dalla loro concezione originaria intese come paradigmi architettonici di una grande cultura e costruzioni rappresentative di un sito climaticamente privilegiato, eletto a luogo di residenza estiva dalle classi patrizie romane e dalle famiglie imperiali, tanto che Plinio il Giovane vi dedicò l’efficace definizione della mos baianum.
L’iconicità dei tre denominati “Templi” o “Trugli” – così definiti nella tradizione popolare, non in ragione della loro destinazione funzionale, ma probabilmente per il senso di sacralità emanato dalle loro ardite dimensioni oltre che per via del ritrovamento in loco di icone votive dedicate a diverse divinità e ninfe – permane alla lettura come intensamente identitaria dell’area dell’attuale “Parco archeologico delle Terme di Baia” che si estende longitudinalmente per un fronte di circa 450 metri, e trasversalmente dal piede della collina presso il porto, fino all’inerpicato crinale panoramico che traguarda il golfo di Pozzuoli e quello di Napoli, da un lato, e il vicino litorale cumano, dall’altro. I tre c.d. Templi baiani, le annesse strutture termali, insieme alla villa della Sosandra e al settore dell’Ambulatio, si dispongono quindi trasversalmente alla linea di costa e alle colline baiane conservando l’originario ordine urbanistico, ma non più la quota di origine; questa risulta infatti interrata a causa di un lento movimento bradisismico, iniziato nel IV sec. d.C., che ha portato all’inabissamento della costa e di cospicue porzioni urbane costituenti attualmente il Parco archeologico sommerso di Baia.
L’edificazione delle tre grandi strutture termali rientrò nella costante sperimentazione costruttiva operata dalla cultura architettonica romana fin dagli inizi dell’epoca imperiale per la realizzazione di grandi volte a copertura di ambienti a pianta centrale. Esito della ricerca di ardite e scenografiche soluzioni atte a proporsi quali modelli di riferimento, le grandi cupole romane costituirono una vera e propria sfida costruttiva, tesa a conquistare dimensioni progressivamente più spinte. Tale ascesa fu, come è noto, resa possibile dall’adozione dell’opus cementicium, il tipico apparecchio murario di invenzione romana che impiegava malta pozzolanica come legante idraulico. Lo dimostrano, a Baia, le crescenti dimensioni del diametro dei tre ‘templi’ (21,55 metri – 26,30 metri – 29,50 metri), rispettivamente lette secondo la sequenza temporale che va dal più antico c.d. tempio di Mercurio (I sec, a.C.) – il cui profilo apparentemente emisfrico fu di riferimento per la perfezione formale del Pantheon a Roma – a quello di Venere di età Adrianea (inizio II sec. d. C.), a quello di Diana di epoca Severiana (fine II sec. d. C. – inizio III secolo d.C.).
Ortoproiezione da nuvola di punti SfM del Parco Archeologico
