La Certosa di Santo Stefano del Bosco

Informazioni generali e descrizione

La ricerca analizza la Certosa di Santo Stefano del Bosco a Serra San Bruno e il rapporto storico‑architettonico tra il complesso monastico e il vicino centro abitato. L’indagine si concentra sulla chiesa tardo‑cinquecentesca interna alla certosa e sul patrimonio artistico in essa custodito, oggi in parte perduto e in parte ricollocato altrove a seguito del terremoto del 1783 che provocò il crollo dell’edificio e un lungo periodo di abbandono.

L’origine della comunità certosina in Calabria risale al 1091, quando Brunone di Colonia ricevette da Ruggero il Normanno il territorio destinato alla fondazione dell’eremo di Santo Stefano, primo insediamento certosino in Italia e secondo in Europa dopo la Grande Chartreuse di Grenoble. Gli eventi storici che hanno riguardato i primi secoli dalla sua fondazione sono in larga parte oscuri per via della frammentarietà delle fonti documentarie che non consentono, da sole, un’analisi storico-architettonica accurata dell’impianto primitivo.

Dopo un periodo iniziale di difficoltà, il monastero fu affidato da Celestino III ai Cistercensi di Fossanova, che lo governarono per quasi tre secoli. Il ritorno a una fase di rinnovamento si ebbe agli inizi del XVI secolo, quando il ritrovamento delle reliquie di San Bruno e del beato Lanuino rilanciò la vita della comunità e diede avvio a una serie di trasformazioni architettoniche. Tra queste, spicca la costruzione di una nuova chiesa, nel tardo Cinquecento, progettata da Jacopo del Duca, secondo alcuni studiosi. L’edificio fu arricchito da opere di grande pregio, tra cui il monumentale altare con ciborio commissionato a Cosimo Fanzago nel 1631 e alcune sculture di David Müller.

Il patrimonio architettonico e artistico della certosa si arricchì fino al catastrofico terremoto del 1783 che provocò il crollo di gran parte degli edifici. A questo si aggiunse la soppressione degli ordini religiosi del 1807, con conseguente abbandono del complesso per quasi tutto l’Ottocento. I ruderi furono impiegati come cava per l’edilizia locale, accelerandone la distruzione. Solo nel 1888 iniziarono i lavori di ricostruzione, guidati dall’architetto certosino F. Pichat e finanziati dalla Grande Chartreuse che nel 1887 aveva acquistato i resti del monastero. L’intervento, documentato anche da preziose lastre fotografiche del 1898, portò alla demolizione delle strutture pericolanti, preservando la facciata e alcune arcate.

Gli elementi scultorei, architettonici e decorativi vennero reimpiegati nell’edilizia sacra e civile del centro abitato, contribuendo in modo determinante alla sua configurazione materiale. Blocchi, fregi, cherubini e intere sculture trovarono nuova collocazione soprattutto nella chiesa matrice di San Biagio e nella chiesa di Maria SS. dei Sette Dolori che conserva, insieme ad altri pregevoli opere provenienti dalla certosa, l’altare maggiore fanzaghiano, riassemblato nel 1835.

Il legame tra Serra San Bruno e la certosa si manifesta dunque non solo nella dimensione rituale e identitaria della comunità, ma anche nella sua materialità costruita, divenendo espressione di una resilienza collettiva capace di trasformare la distruzione causata dal terremoto in un processo di riappropriazione culturale.

Il progetto di ricerca mira a valorizzare questi “marker” identitari attraverso strumenti di rilevamento digitale, modelli informativi e tecniche avanzate di acquisizione tridimensionale, finalizzati a ricomporre la frammentarietà del patrimonio disperso e a proporre nuove modalità di conoscenza e fruizione. L’attività si fonda su un articolato percorso metodologico che include l’analisi critica delle fonti, il dialogo con studiosi e comunità locali, e la ricognizione dei frammenti architettonici reimpiegati. L’obiettivo è incrementare la consapevolezza del valore storico‑artistico della certosa e promuovere un’esperienza di “fruizione aumentata”, rivolta tanto ai residenti quanto ai visitatori.

Rilievo integrato

Il patrimonio storico italiano, costituito da monumenti e opere d’arte, è esposto a crescenti fragilità naturali e antropiche che ne richiedono costanti interventi di tutela. Le attività di studio, conservazione e restauro risultano essenziali per preservare non solo il bene materiale, ma anche i valori culturali e storici che esso incarna. Tale patrimonio, dinamico e stratificato, necessita di una documentazione capace di restituirne la complessità e conservarne la memoria. Le tecniche digitali, inclusi i modelli informativi, integrano dati morfometrici acquisiti tramite laser scanner e fotogrammetria digitale, generando nuvole di punti utili alla modellazione parametrica.

La campagna di rilievo dei ruderi presenti tra le mura della certosa e dei suoi immediati intorni è stata condotta integrando il laser scanning terrestre e la fotogrammetria digitale. Con lo scanner Faro Focus S150 Plus sono state eseguite oltre 85 scansioni per campionare i ruderi e parte del complesso architettonico. Le riprese sono state allineate per sovrapposizione tra le zone comuni delle scansioni contigue, utilizzando il software Scene 2020.

Per approfondire il livello di dettaglio, per raggiungere una migliore fedeltà cromatica e per coprire le parti non direttamente raggiungibili dal laser scanner terrestre, è stata impiegata la fotogrammetria digitale, basata su tecniche Structure from Motion (SfM), attraverso l’uso di Agisoft Metashape Pro Educational. Le immagini sono state acquisite sia con il drone DJI Mini 3 Pro sia con la fotocamera Nikon D800 equipaggiata con l’obiettivo Nikkor AF-S 70-200 mm. Una serie di target, individuati sulla nuvola di punti generata dal laser scanner e opportunamente distribuiti, ha consentito di scalare ed orientare fedelmente il modello fotogrammetrico e di riportare i difetti di verticalità e di orizzontalità della struttura causati dal terremoto.

La campagna di rilevamento è proseguita con il rilievo 3D, con l’uso prevalente della tecnica fotogrammetrica, delle due statue raffiguranti Santo Stefano e San Bruno, collocate originariamente nelle nicchie della facciata e oggi presenti nel museo della certosa.

Rappresentazioni

Per quanto riguarda la Certosa di Santo Stefano del Bosco, le attività di rilievo tridimensionale hanno permesso di documentare con accuratezza lo stato attuale dei ruderi e forniscono una base metrica affidabile per l’analisi delle strutture superstiti. La nuvola di punti ottenuta tramite laser scanner ha costituito il riferimento principale per la restituzione dell’impianto, consentendo di ricavare un modello spaziale dettagliato e adatto alla lettura delle porzioni superstiti. La planimetria della parte più antica del complesso, ricavata direttamente dalla nuvola di punti da laser scanner, restituisce la configurazione residua degli spazi con un buon livello di accuratezza.

Parallelamente, i rilievi fotogrammetrici condotti sulle superfici murarie hanno permesso di generare ortoproiezioni ad alta risoluzione degli alzati, impiegate come supporto per la lettura delle tessiture murarie, della composizione architettonica, dei danni causati dal terremoto.

Modellazioni tridimensionali

Per quanto riguarda la Certosa di Santo Stefano del Bosco, le attività di rilievo tridimensionale hanno permesso di documentare con accuratezza lo stato attuale dei ruderi e forniscono una base metrica affidabile per l’analisi delle strutture superstiti. La nuvola di punti ottenuta tramite laser scanner ha costituito il riferimento principale per la restituzione dell’impianto, consentendo di ricavare un modello spaziale dettagliato e adatto alla lettura delle porzioni superstiti. La planimetria della parte più antica del complesso, ricavata direttamente dalla nuvola di punti da laser scanner, restituisce la configurazione residua degli spazi con un buon livello di accuratezza.

Parallelamente, i rilievi fotogrammetrici condotti sulle superfici murarie hanno permesso di generare ortoproiezioni ad alta risoluzione degli alzati, impiegate come supporto per la lettura delle tessiture murarie, della composizione architettonica, dei danni causati dal terremoto.

Documentazione d’archivio

Le fonti sulla Certosa di Santo Stefano del Bosco sono scarse e spesso poco attendibili. Le prime raffigurazioni compaiono nel XVII secolo, mentre le incisioni raccolte da dom Benedetto Tromby alla fine del Settecento (1773-1779) descrivono più il contesto territoriale che l’architettura. Una veduta del 1784 (Rouine della Certosa di S. Bruno, A. Zaballi su disegno di P. Schiantarelli), mostra il complesso dopo il terremoto del 1783, ma non sono note rappresentazioni che raffigurino gli interni.

La descrizione più precisa della chiesa proviene dalla Visita Apostolica di Mons. Perbenedetti (1629), che documenta un impianto a croce latina con cappelle laterali, una grande cupola affrescata e statue marmoree collocate nei piloni del tamburo, riconducibili a quelle oggi collocate nella chiesa matrice. Una importante testimonianza la fornisce l’abate Pacichelli che nel 1693 soggiorna nella certosa descrivendone, in una relazione dal lui prodotta, alcune sue parti.

Il sisma del 1783, la soppressione degli ordini religiosi (1807) e l’abbandono del complesso portarono alla dispersione del patrimonio e all’uso della certosa come cava di materiali. Le fasi di demolizione del 1898 sono documentate da fotografie d’archivio. Una planimetria del 1904 e successive rielaborazioni integrarono dati storici, rilievi e prime ipotesi progettuali per ricostruire l’organizzazione degli spazi ormai perduti.

Pubblicazioni consultate

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