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cd Sepolcro di Agrippina
Il sito di studio è la c.d. Tomba di Agrippina a Bacoli, un complesso architettonico-archeologico costiero dei Campi Flegrei. Sul margine della piccola insenatura tra Baia e Miseno, quasi a contatto con l’acqua, si presenta oggi come un frammento di teatro romano trasformato in ninfeo scenografico, stretto tra la collina e l’edificato moderno. I resti appartengono originariamente alla cavea di un piccolo odeon di villa marittima di età augustea o giulio‑claudia, successivamente riconfigurato, tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C., in un ninfeo articolato su tre emicicli sovrapposti, collegati da scalinate e corridoi voltati. La tradizione antiquaria, alimentata fin da Tacito, ha proiettato su questo luogo il mito del sepolcro di Agrippina, madre di Nerone, fissandone nell’immaginario collettivo il carattere di luogo funerario, nonostante la funzione effettiva fosse diversa.L’insieme si offre oggi come una presenza fragile ma potentissima nel paesaggio urbano di Bacoli: il fronte curvo degli emicicli, i lacerti di decorazioni a stucco e le strutture ipogee emergono da un tessuto edilizio densissimo, segnato da espansione abusiva e mancanza di regole, che ha interrotto il rapporto originario tra le architetture marittime romane, il mare e la collina. Proprio questa compenetrazione problematica fra rovine e costruito contemporaneo fa del sito un punto nevralgico per ripensare il legame fra memoria dei luoghi e possibilità di rigenerazione: la lettura critica delle stratificazioni e delle relazioni spaziali diventa il presupposto per restituire alla comunità il senso di appartenenza a un paesaggio culturale unico.
La documentazione recente ha affrontato il complesso con un rilievo integrato che combina fotogrammetria da drone e laser scanning terrestre, inquadrati da una rete di GCP georeferenziati. Un piano di volo definito in Mission Planner ha guidato le missioni del SAPR (Phantom 4 DJI), che ha acquisito 430 fotogrammi nadirali e obliqui a quota 30 m, con overlap e sidelap del 70%, producendo ortoproiezioni con GSD di 1,20 cm/px elaborate in Agisoft Metashape. Parallelamente, un TLS CAM2/Faro Focus 3D X330 a modulazione di fase ha generato 50 scansioni ad alta densità, con risoluzione di 6,136 mm @10 m, montate mediante target artificiali e allineamenti cloud‑to‑cloud per restituire un modello tridimensionale continuo anche nelle zone ipogee scarsamente illuminate. La fusione delle nuvole di punti ha restituito un gemello digitale del ninfeo‑teatro, dal quale sono stati derivati planti‑prospetti, sezioni e ortoimmagini che mettono in evidenza la sequenza degli emicicli, il percorso anulare ipogeo, le nicchie decorate e le relazioni con il costruito circostante. Su questa base si è innestato un modello A‑BIM sviluppato in ambiente Revit secondo un workflow scan‑to‑BIM: l’oggetto archeologico è stato scomposto in sotto‑elementi parametrici con un LOD “eterogeneo” (LOG C e LOI tra D ed E), privilegiando la capacità del modello di accogliere informazioni storiche, materiche e conservative rispetto all’esasperazione del dettaglio geometrico. Il modello volumetrico così ottenuto diventa un vero e proprio contenitore di conoscenza, pronto a supportare scenari di progetto per la conservazione, il riuso compatibile e la comunicazione, fino a possibili ricostruzioni virtuali dell’impianto teatrale originario e delle successive trasformazioni in ninfeo.
Le rappresentazioni prodotte includono ortoproiezioni in pianta, sezioni, ortoproiezioni assonometriche da nuvola di punti e restituzioni geometriche del complesso e dei suoi dettagli decorativi. Elaborati 2D/3D ricavati sia da dati fotogrammetrici sia da TLS, utili per leggere morfologia, stratificazione e stato di conservazione. Il progetto usa rappresentazioni metriche e interpretative, non solo descrittive.
I dati di rilievo sono stati usati per costruire un modello tridimensionale del sito, pensato come supporto di analisi e come base per una conoscenza “interrogabile” del bene. Il modello è stato sviluppato come ABIM tramite workflow Scan-to-BIM in Autodesk Revit, con l’obiettivo di generare un database flessibile di dati morfologici, storici, materici e di degrado. Un digital twin “semantico”, perché il modello non è solo geometrico ma consultabile e arricchibile nel tempo.
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cd Tempio di Serapide (Macellum)
Il cosiddetto Tempio di Serapide di Pozzuoli è uno dei complessi archeologici più noti e studiati dei Campi Flegrei. L’attribuzione tradizionale come luogo di culto deriva dal rinvenimento di una statua del dio egizio Serapide, ma gli studi archeologici e architettonici hanno chiarito che l’edificio corrisponde in realtà a un <strong>macellum</strong>, ovvero a un mercato pubblico monumentale di età romana, databile tra il I e il II secolo d.C. Il complesso presenta una pianta rettangolare di circa 75 × 58 m, organizzata attorno a un grande cortile porticato, sul quale si affacciano ambienti perimetrali destinati alle attività commerciali. Al centro del cortile è collocata una <strong>thòlos circolare</strong> del diametro di circa 18 m, elemento architettonico di forte valenza simbolica e funzionale. L’articolazione spaziale, la qualità delle strutture murarie e l’uso di marmi di pregio testimoniano il ruolo centrale del sito nella vita economica e urbana della colonia di Puteoli.
Il Macellum è stato oggetto di una campagna di rilievo integrato ad alta risoluzione, finalizzata alla restituzione accurata delle sue geometrie complesse, allo studio delle deformazioni strutturali e alla documentazione dello stato di conservazione. Il rilievo ha combinato tecniche <em>range‑based</em> e <em>image‑based</em>, integrando la scansione laser terrestre (TLS) con aerofotogrammetria da drone (UAV – SfM), opportunamente georeferenziate mediante una rete di punti di controllo rilevati con strumentazione topografica GNSS. La scansione laser ha consentito l’acquisizione dettagliata delle superfici murarie, delle colonne e degli elementi architettonici interni ed esterni, restituendo nuvole di punti dense e metricamente affidabili. Le acquisizioni aerofotogrammetriche hanno completato la documentazione delle parti sommitali e delle aree non agevolmente rilevabili da terra, permettendo l’integrazione dei dati in un unico modello tridimensionale coerente. Il rilievo ha inoltre reso possibile la lettura puntuale delle anomalie geometriche e delle deformazioni indotte dal fenomeno del bradisismo, elemento chiave per la comprensione evolutiva del monumento.
A partire dal rilievo integrato, sono state elaborate rappresentazioni bidimensionali e tridimensionali finalizzate tanto all’analisi scientifica quanto alla comunicazione del sito. Le <strong>ortoproiezioni</strong> derivate dalle nuvole di punti hanno consentito la restituzione di piante, sezioni e prospetti ad alta precisione, chiarendo la configurazione planimetrica del complesso, i rapporti proporzionali tra gli spazi e la relazione tra il cortile, la thòlos centrale e gli ambienti perimetrali. Le sezioni verticali hanno assunto un ruolo fondamentale nello studio delle deformazioni strutturali, rendendo leggibili inclinazioni, disallineamenti e variazioni altimetriche riconducibili alle dinamiche geologiche dell’area flegrea. Le rappresentazioni tridimensionali, incluse viste prospettiche e modelli in <em>ambient occlusion</em>, consentono una lettura integrata delle volumetrie e restituiscono una percezione spaziale difficilmente ottenibile attraverso la sola osservazione diretta del sito.
Il modello tridimensionale del Macellum di Pozzuoli è stato strutturato come base per la costruzione di un <strong>digital twin</strong> del complesso, inteso come replica digitale evolutiva e informativamente stratificata del bene fisico. Derivato direttamente dai dati del rilievo integrato, il modello conserva una piena coerenza metrica e geometrica, ed è predisposto per l’integrazione di attributi informativi relativi ai materiali, allo stato di conservazione e ai fenomeni di degrado. <div> In particolare, il digital twin consente di associare alle geometrie tridimensionali dati scientifici legati al bradisismo, come le fasce di erosione marina visibili sulle colonne, trasformando il monumento in un vero e proprio laboratorio per lo studio delle dinamiche geologiche e delle loro interazioni con l’architettura storica. Il modello si configura come uno strumento aperto e aggiornabile, utile sia per analisi diacroniche e simulazioni conservative, sia per la gestione e la valorizzazione del sito all’interno della piattaforma SPLASCH. </div>
La disponibilità del modello tridimensionale e delle nuvole di punti ha permesso la realizzazione di <strong>ambienti di fruizione virtuale</strong>, che consentono l’esplorazione del Macellum anche da remoto. Attraverso percorsi di visita immersivi, integrati nella piattaforma SPLASCH, è possibile attraversare digitalmente il cortile centrale, osservare la thòlos e leggere la complessa articolazione degli spazi commerciali. Il Virtual Tour rappresenta uno strumento di mediazione culturale di particolare efficacia, in grado di rendere accessibile e comprensibile un monumento la cui lettura è spesso ostacolata dalla frammentarietà delle strutture conservate e dalla complessità dei fenomeni geologici che lo interessano. La fruizione digitale si affianca così alla visita in situ, ampliandone le possibilità interpretative e divulgative.
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Cento Camerelle
Il complesso archeologico di Centocamerelle, situato nel territorio di Bacoli ai margini dell’area flegrea, costituisce un articolato sistema di ambienti ipogei di età romana, tradizionalmente interpretato come parte di una vasta infrastruttura residenziale e produttiva legata alle ville marittime e ai complessi imperiali dell’area di Miseno. Il sito si sviluppa prevalentemente nel sottosuolo, attraverso una fitta rete di vani voltati, corridoi, ramificazioni e ambienti comunicanti, che danno origine a una configurazione spaziale estremamente complessa e difficilmente leggibile in assenza di una documentazione sistematica. La compenetrazione tra strutture antiche e tessuto urbano moderno, unita al parziale interramento e alle condizioni di degrado, rende Centocamerelle un luogo di grande interesse archeologico ma al tempo stesso di difficile fruizione e interpretazione.
Il complesso archeologico di Centocamerelle è stato oggetto di un rilievo integrato finalizzato alla ricostruzione completa e metrically affidabile di un sistema ipogeo caratterizzato da un’estrema complessità spaziale e da condizioni di accessibilità e illuminazione fortemente limitanti. All’avvio delle attività, lo stato della documentazione risultava frammentario e prevalentemente basato su rilievi speleologici non digitalizzati, rendendo necessario un intervento sistematico di acquisizione dei dati. Il rilievo ha combinato metodologie <em>image-based</em> e <em>range-based</em>, integrando aerofotogrammetria da UAS e scansione laser terrestre (TLS), in modo da garantire una copertura completa sia delle porzioni emergenti sia del vasto sviluppo ipogeo del complesso. <div> La campagna fotogrammetrica è stata condotta mediante voli pianificati con drone, acquisendo immagini nadirali e oblique con elevati valori di sovrapposizione, tali da consentire la generazione di ortofoto ad alta risoluzione e di un modello tridimensionale del contesto superficiale. In parallelo, la documentazione degli ambienti sotterranei è stata affidata a un laser scanner terrestre a modulazione di fase, in grado di operare efficacemente in condizioni di scarsa illuminazione e di restituire nuvole di punti dense e cromaticamente arricchite. Una rete di Ground Control Points (GCP), materializzati con target riconoscibili e rilevati con strumentazione topografica, ha permesso la corretta georeferenziazione dei dataset fotogrammetrici e laser scanner, garantendo l’integrazione dei diversi rilievi in un unico sistema di riferimento. L’unione delle nuvole di punti, realizzata attraverso procedure di registrazione basate su target artificiali e algoritmi di <em>Iterative Closest Point</em>, ha prodotto un modello tridimensionale unitario e coerente, capace di restituire l’estensione reale del complesso, che si è rivelata significativamente più ampia rispetto a quanto precedentemente noto. </div>
A partire dal rilievo integrato, sono state sviluppate rappresentazioni bidimensionali e tridimensionali finalizzate alla comprensione e alla comunicazione della complessa organizzazione spaziale di Centocamerelle. Le ortoproiezioni derivate dalle nuvole di punti laser scanner e dai modelli fotogrammetrici hanno consentito di elaborare piante a diversi livelli, chiarendo la disposizione dei vani, la presenza di più fasi costruttive e l’articolazione su assi differenti che caratterizza il sistema ipogeo. Le sezioni longitudinali e trasversali hanno permesso di interpretare lo sviluppo verticale degli ambienti, evidenziando sovrapposizioni, ramificazioni e discontinuità morfologiche difficilmente leggibili attraverso la sola esperienza diretta del sito. Accanto alle restituzioni tecniche tradizionali, il modello tridimensionale è stato utilizzato come base per rappresentazioni prospettiche e visualizzazioni immersive, in grado di restituire la percezione spaziale delle gallerie e delle cisterne sotterranee. Le nuvole di punti colorate e le viste panoramiche generate a partire dal rilievo TLS hanno assunto un ruolo centrale sia nell’analisi scientifica sia nella comunicazione del bene, consentendo interrogazioni metriche, verifiche dimensionali e una lettura continua degli spazi ipogei. Le rappresentazioni non si limitano a descrivere lo stato attuale del complesso, ma costituiscono un supporto fondamentale per l’elaborazione di ipotesi interpretative e ricostruttive, oltre che per la valutazione dello stato di conservazione. L’integrazione tra dati tridimensionali, restituzioni grafiche e ambienti virtuali consente così di superare la frammentarietà della documentazione precedente, offrendo una visione unitaria e scientificamente controllata di un sito archeologico altrimenti difficilmente accessibile e scarsamente leggibile.
<div class="elementor-element elementor-element-4839cdc e-flex e-con-boxed e-con e-parent" data-id="4839cdc" data-element_type="container" data-settings="{"content_width":"boxed"}" data-core-v316-plus="true"> <div class="e-con-inner"> <div class="elementor-element elementor-element-34634ca elementor-widget elementor-widget-text-editor" data-id="34634ca" data-element_type="widget" data-widget_type="text-editor.default"> <div class="elementor-widget-container"> La modellazione tridimensionale del complesso di Centocamerelle nasce dall’integrazione dei dati acquisiti mediante rilievo fotogrammetrico e laser scanner, con l’obiettivo di costruire un modello digitale unitario, georeferenziato e interrogabile, in grado di restituire la reale estensione e la complessità del sistema ipogeo. Le nuvole di punti ottenute dalle diverse campagne di acquisizione sono state unificate in un unico dataset tridimensionale coerente, sul quale sono state sviluppate elaborazioni modellistiche finalizzate sia all’analisi scientifica sia alla comunicazione del bene. <div> Il modello tridimensionale non è inteso come semplice rappresentazione geometrica, ma come struttura informativa dinamica, predisposta per accogliere livelli di dati eterogenei, quali informazioni storiche, archeologiche, tipologiche e documentarie. In questa prospettiva, la modellazione costituisce la base per la realizzazione di un vero e proprio digital twin del complesso, capace di integrare dati provenienti da fonti diverse e di supportare nel tempo attività di conoscenza, monitoraggio e valorizzazione. La struttura del modello consente inoltre l’associazione di contenuti multimediali e percorsi di navigazione, rendendo il sistema adatto a forme avanzate di fruizione remota e divulgazione scientifica. Particolare rilevanza assume l’impiego dei modelli tridimensionali come supporto per ambienti immersivi e piattaforme WebXR, attraverso le quali il digital twin può essere esplorato senza la necessità di software specialistici. Le ricostruzioni digitali, derivate direttamente dai dati di rilievo, permettono una navigazione continua degli spazi ipogei e costituiscono un riferimento metrico affidabile per l’elaborazione di ipotesi ricostruttive e interpretative. Il digital twin di Centocamerelle si configura così come un sistema aperto e implementabile, pensato per evolversi nel tempo grazie all’integrazione di nuovi dati e per fungere da infrastruttura cognitiva a supporto della conservazione, della gestione e della valorizzazione di un complesso archeologico altrimenti difficilmente accessibile. </div> </div> </div> </div> </div> <div class="elementor-element elementor-element-fdd077c e-flex e-con-boxed e-con e-parent" data-id="fdd077c" data-element_type="container" data-settings="{"content_width":"boxed"}" data-core-v316-plus="true"></div>
La restituzione digitale del sito consente la costruzione di percorsi di esplorazione virtuale che rendono accessibile un complesso archeologico altrimenti difficilmente fruibile. Attraverso ambienti virtuali navigabili, è possibile attraversare gli spazi ipogei, seguire le ramificazioni del sistema e comprendere le relazioni tra i diversi ambienti senza la necessità di una visita fisica. Il Virtual Tour svolge una funzione fondamentale sia sul piano divulgativo, ampliando l’accessibilità del sito, sia su quello scientifico, consentendo una lettura controllata e comparativa degli spazi e supportando attività di studio e analisi.
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La Certosa di Santo Stefano del Bosco
La ricerca analizza la Certosa di Santo Stefano del Bosco a Serra San Bruno e il rapporto storico‑architettonico tra il complesso monastico e il vicino centro abitato. L’indagine si concentra sulla chiesa tardo‑cinquecentesca interna alla certosa e sul patrimonio artistico in essa custodito, oggi in parte perduto e in parte ricollocato altrove a seguito del terremoto del 1783 che provocò il crollo dell’edificio e un lungo periodo di abbandono. L’origine della comunità certosina in Calabria risale al 1091, quando Brunone di Colonia ricevette da Ruggero il Normanno il territorio destinato alla fondazione dell’eremo di Santo Stefano, primo insediamento certosino in Italia e secondo in Europa dopo la Grande Chartreuse di Grenoble. Gli eventi storici che hanno riguardato i primi secoli dalla sua fondazione sono in larga parte oscuri per via della frammentarietà delle fonti documentarie che non consentono, da sole, un’analisi storico-architettonica accurata dell’impianto primitivo. Dopo un periodo iniziale di difficoltà, il monastero fu affidato da Celestino III ai Cistercensi di Fossanova, che lo governarono per quasi tre secoli. Il ritorno a una fase di rinnovamento si ebbe agli inizi del XVI secolo, quando il ritrovamento delle reliquie di San Bruno e del beato Lanuino rilanciò la vita della comunità e diede avvio a una serie di trasformazioni architettoniche. Tra queste, spicca la costruzione di una nuova chiesa, nel tardo Cinquecento, progettata da Jacopo del Duca, secondo alcuni studiosi. L’edificio fu arricchito da opere di grande pregio, tra cui il monumentale altare con ciborio commissionato a Cosimo Fanzago nel 1631 e alcune sculture di David Müller. Il patrimonio architettonico e artistico della certosa si arricchì fino al catastrofico terremoto del 1783 che provocò il crollo di gran parte degli edifici. A questo si aggiunse la soppressione degli ordini religiosi del 1807, con conseguente abbandono del complesso per quasi tutto l’Ottocento. I ruderi furono impiegati come cava per l’edilizia locale, accelerandone la distruzione. Solo nel 1888 iniziarono i lavori di ricostruzione, guidati dall’architetto certosino F. Pichat e finanziati dalla Grande Chartreuse che nel 1887 aveva acquistato i resti del monastero. L’intervento, documentato anche da preziose lastre fotografiche del 1898, portò alla demolizione delle strutture pericolanti, preservando la facciata e alcune arcate. Gli elementi scultorei, architettonici e decorativi vennero reimpiegati nell’edilizia sacra e civile del centro abitato, contribuendo in modo determinante alla sua configurazione materiale. Blocchi, fregi, cherubini e intere sculture trovarono nuova collocazione soprattutto nella chiesa matrice di San Biagio e nella chiesa di Maria SS. dei Sette Dolori che conserva, insieme ad altri pregevoli opere provenienti dalla certosa, l’altare maggiore fanzaghiano, riassemblato nel 1835. Il legame tra Serra San Bruno e la certosa si manifesta dunque non solo nella dimensione rituale e identitaria della comunità, ma anche nella sua materialità costruita, divenendo espressione di una resilienza collettiva capace di trasformare la distruzione causata dal terremoto in un processo di riappropriazione culturale. Il progetto di ricerca mira a valorizzare questi “marker” identitari attraverso strumenti di rilevamento digitale, modelli informativi e tecniche avanzate di acquisizione tridimensionale, finalizzati a ricomporre la frammentarietà del patrimonio disperso e a proporre nuove modalità di conoscenza e fruizione. L’attività si fonda su un articolato percorso metodologico che include l’analisi critica delle fonti, il dialogo con studiosi e comunità locali, e la ricognizione dei frammenti architettonici reimpiegati. L’obiettivo è incrementare la consapevolezza del valore storico‑artistico della certosa e promuovere un’esperienza di “fruizione aumentata”, rivolta tanto ai residenti quanto ai visitatori.
Per quanto riguarda la Certosa di Santo Stefano del Bosco, le attività di rilievo tridimensionale hanno permesso di documentare con accuratezza lo stato attuale dei ruderi e forniscono una base metrica affidabile per l’analisi delle strutture superstiti. La nuvola di punti ottenuta tramite laser scanner ha costituito il riferimento principale per la restituzione dell’impianto, consentendo di ricavare un modello spaziale dettagliato e adatto alla lettura delle porzioni superstiti. La planimetria della parte più antica del complesso, ricavata direttamente dalla nuvola di punti da laser scanner, restituisce la configurazione residua degli spazi con un buon livello di accuratezza. Parallelamente, i rilievi fotogrammetrici condotti sulle superfici murarie hanno permesso di generare ortoproiezioni ad alta risoluzione degli alzati, impiegate come supporto per la lettura delle tessiture murarie, della composizione architettonica, dei danni causati dal terremoto.
Le fonti sulla Certosa di Santo Stefano del Bosco sono scarse e spesso poco attendibili. Le prime raffigurazioni compaiono nel XVII secolo, mentre le incisioni raccolte da dom Benedetto Tromby alla fine del Settecento (1773-1779) descrivono più il contesto territoriale che l’architettura. Una veduta del 1784 (<em>Rouine della Certosa di S. Bruno</em>, A. Zaballi su disegno di P. Schiantarelli), mostra il complesso dopo il terremoto del 1783, ma non sono note rappresentazioni che raffigurino gli interni. La descrizione più precisa della chiesa proviene dalla <em>Visita Apostolica</em> di Mons. Perbenedetti (1629), che documenta un impianto a croce latina con cappelle laterali, una grande cupola affrescata e statue marmoree collocate nei piloni del tamburo, riconducibili a quelle oggi collocate nella chiesa matrice. Una importante testimonianza la fornisce l’abate Pacichelli che nel 1693 soggiorna nella certosa descrivendone, in una relazione dal lui prodotta, alcune sue parti. Il sisma del 1783, la soppressione degli ordini religiosi (1807) e l’abbandono del complesso portarono alla dispersione del patrimonio e all’uso della certosa come cava di materiali. Le fasi di demolizione del 1898 sono documentate da fotografie d’archivio. Una planimetria del 1904 e successive rielaborazioni integrarono dati storici, rilievi e prime ipotesi progettuali per ricostruire l’organizzazione degli spazi ormai perduti.
<div class="elementor-element elementor-element-9de1805 e-flex e-con-boxed e-con e-parent" data-id="9de1805" data-element_type="container" data-settings="{"content_width":"boxed"}" data-core-v316-plus="true"> <div class="e-con-inner"> <div class="elementor-element elementor-element-d704b41 elementor-widget elementor-widget-text-editor" data-id="d704b41" data-element_type="widget" data-widget_type="text-editor.default"> <div class="elementor-widget-container"> Amirante e M. R. Pessolano, <em>Immagini di Napoli e del Regno. Le raccolte di Francesco Cassiano De Silva</em>, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2015. Calabretta, <em>La visita di Mons. Perbenedetti alla Certosa di Serra San Bruno</em>, cittàcalabriaedizioni, Soveria Mannelli 2017. Calabretta, D. 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La Costellazione dei Borghi
Si propone la conoscenza di una costellazione di borghi ricadenti nelle Serre vibonesi nell’antica Calabria Ultra trafitti dal devastante terremoto del 1783. Questi centri, oggi periferici e poco noti, furono tutti colpiti dal sisma che lasciò su di essi segni indelebili. L’attenzione è stata posta sul territorio in cui ricadono alcuni di questi nuclei e successivamente si è analizzata la forma urbana evidenziando le permanenze e le trasformazioni. Le notizie storiche acquisite, poi, hanno permesso di comprendere le origini e le successive evoluzioni fino a valutare i caratteri rilevanti dei borghi: architettonici, tipologici, costruttivi. Un focus è stato destinato alla comprensione dei danni causati sugli abitati dal sisma del 1783 e di conseguenza alle azioni di ricostruzione, trasformazione, abbandono. Nelle Serre vibonesi, in un paesaggio a forte valenza storico-architettonica-archeologica, si ritrovano, oggi, città totalmente ricostruite, insediamenti trasformati e nuclei storici dimenticati che vigono con le loro tracce storiche allo stato di rudere. Questi insediamenti sono distribuiti lungo una rete viaria articolata, che si sviluppa prevalentemente seguendo le linee di mezzacosta e di crinale. Si disegna un paesaggio prevalentemente rurale punteggiato da antichi abitati di origine medioevale. L’ambito è poi arricchito da un patrimonio storico-architettonico di elevato valore in cui spiccano la Certosa di Serra San Bruno e il complesso di San Domenico a Soriano unitamente ad altre significative emergenze. Qui la tradizione conventuale è stata depositaria della cultura religiosa ma anche di quella urbana, architettonica, tecnologica, culturale e i monasteri, nel corso dei secoli, hanno prodotto civiltà ed economia. Alla furia distruttiva del terremoto fece seguito, il 15 febbraio del 1783, l’azione delle autorità governative borboniche. L’impegno più pressante era quello della rinascita dei paesi distrutti in una logica illuministica guardando ai modelli di Lisbona successivi al flagello sismico del 1755. Quasi tutti i borghi presenti ebbero la stessa sorte, centri di antica formazione disposti sulle alture che furono trafitti e feriti dal sisma, alcuni, come già evidenziato, furono ricostruiti nel luogo originario, per altri si scelse una collocazione più sicura, altri furono abbandonati. La ricostruzione di intere città fu realizzata secondo regole e piani urbanistici totalmente nuovi. L’orientamento del governo fu quello di trasferire gli insediamenti distrutti in nuovi siti meno acclivi, furono così concepite in tutte le Serre calabresi città come: Filadelfia, Mileto, Seminara, Bagnara, Reggio Calabria. Di contro la gran parte dei borghi danneggiati dal sisma vennero ricostruiti in loco mentre per i paesi più importanti dell’area come Soriano e Serra San Bruno la ricostruzione avvenne per alcune porzioni di abitato in siti più agevoli. <p class="wp-block-heading">Per ognuno dei borghi prescelti si è progettata e compilata una scheda di catalogazione composta da una sezione dedicata alla situazione attuale degli abitati e, quali elementi aggiuntivi, da due distinte sezioni che raccontano cosa erano prima e dopo il terremoto. Contemporaneamente sono state prodotte delle mappe digitali per approfondire la conoscenza della conformazione urbana, del tessuto edilizio dei vari centri e delle emergenze. Questo al fine della conoscenza dei centri interessati dal sisma del 1783 e delle possibili azioni di conservazione, tutela, riqualificazione e divulgazione/promozione, auspicando che la ricerca compiuta possa essere motore per riportarli in un circuito vitale che arresti le condizioni di perifericità in cui attualmente versano ed evidenzi la grande complessità dei significati di cui sono portatori.</p> <iframe src="https://www.google.com/maps/d/embed?mid=1Gr5lBEiPM8WyXbeVQkocJuETNpI7aY4&ehbc=2E312F" width="100%" height="800"></iframe>
Lo studio condotto per indagare i centri dell’area delle Serre vibonesi colpiti dal sisma del 1783 si è rivolto per buona parte alla lettura critica delle fonti storiche, della bibliografia e della cartografia storica mentre la documentazione d’archivio relativa all’ambito è risultata piuttosto esigua soprattutto per quel che ha riguardato le fasi diacroniche dei vari borghi. Le analisi affrontate sui nuclei presi a campione sono state effettuate con particolare riferimento ai periodi ante e post sisma, ponendo attenzione alle questioni inerenti alla ricostruzione che, in alcuni casi, ha portato all’edificazione di nuove città in luoghi diversi dai siti primitivi. Grande attenzione è stata dedicata alla lettura critica delle cronache dell’epoca, quali i resoconti di Vivenzio sull’evento sismico, con le relative illustrazioni in: <em>Istoria e teoria de’ tremuoti in generale ed in particolare di quelli della Calabria e di Messina del MDCCLXXXIII</em>; di Sarconi, anche in questo caso, con lo studio delle illustrazioni in: <em>Istoria de’ fenomeni del tremoto avvenuto nelle Calabrie, e nel Valdemone nell’anno 1783</em>. Sono inoltre stati esaminati altri testi del tempo sull’evento sismico e sulle ripercussioni avutesi sul territorio (D. De Dolemieu, A. Grimaldi, G. Hamilton, M. Torcia e altri). La cartografia storica esaminata ha riguardato le rappresentazioni della regione di padre Eliseo della Concezione Teresiano con l’indicazione dei danni prodotti dal terremoto nei vari centri dell’ambito considerato. Letture puntuali hanno riguardato l’esamina della cartografia di Blaeu Joan, di Domenico Rossi, di Rizzi Zannone, di Antonio Zatta, Nicolaes Visscher, di Pacichelli in relazione ai centri dell’area delle Serre vibonesi, e gli estratti di Calabria tutti redatti tra i secoli XVII e XVIII. Note archivistiche hanno riguardato l’istituzione e l’operato della Cassa Sacra rinvenute nell’archivio di Stato di Catanzaro, tali dati hanno consentito di selezionare progetti e ri-edificazioni di edifici dei borghi analizzati, inoltre, sono state visionate le fonti documentali contenute nel saggio di I. Principe, estratte dall’autore nell’archivio di Stato di Napoli. Per le emergenze architettoniche e in particolare per il tipo palaziata presente nei vari centri sono stati estratti dati significativi presso la sede dell’archivio di Stato di Cosenza nel fondo notarile. La ricerca teorica e documentale è stata affiancata da quella sul campo che ha previsto: sopralluoghi nei centri storici campione, report fotografici approfonditi, d’insieme e sulle principali architetture e realizzazione di voli con drone. Si sottolinea l’importanza di tale fase sperimentale e di ricerca anche al fine di verificare e validare le conoscenze ottenute dalle fonti storiche-archivistiche-bibliografiche-cartografiche nonché di ottenere importantissime note critiche circa lo stato di consistenza, l’assetto urbanistico ed i caratteri tipologico-architettonici dei centri difficilmente reperibili, altrimenti, nella bibliografia di settore.
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Rubbettino, Soveria Mannelli 2003. Cuteri F., con la collaborazione di Hyeraci G., La Serra C., Salamida P., Villaggi abbandonati in Calabria. Le ricerche a Rocca Angitola (Maierato-VV), in V Congresso Nazionale di Archeologia Medievale (Foggia), a cura di Volpe G., Favia P., All’insegna del Giglio, Firenze, 2009. P. Dalena, Calabria medioevale. Ambiente e Istituzioni (secoli XI-XV), Adda Editore, Bari 2015. S. Di Fazio, L. Laudari, G. Modica, Infrastrutture per l’educazione ambientale e valorizzazione del paesaggio delle carbonaie in un’area forestale della Calabria. Il caso del comprensorio di Serra San Bruno, IX Convegno Nazionale dell’Associazione Italiana di Ingegneria Agraria, Ischia Porto, 12-16 settembre 2009, memoria n. 6-25. D. Dolomieu, Memoria sopra i tremuoti della Calabria nell’anno 1783, G.P. Merande e comp. libraj, Napoli 1785. F. 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Madonna del Ponte
La chiesa rupestre della Madonna del Ponte si colloca all’esterno del centro urbano di Sessa Aurunca, nel territorio della frazione di Marzuli, lungo il tratto della Via Francigena che conduce verso Teano. Inserita nel paesaggio della cosiddetta Valle dei Mulini, in prossimità del rio Travata e di un ponte in muratura di probabile origine medievale, la chiesa occupa una posizione strategica lungo un antico asse di attraversamento che collegava la città aurunca alle principali direttrici viarie dell’entroterra. Tale contesto ha contribuito alla formazione della dedicazione tradizionale alla Madonna ‘del Ponte’ e suggerisce il ruolo del sito quale tappa di sosta e devozione lungo i percorsi di pellegrinaggio. Il complesso, oggi in avanzato stato di degrado e parzialmente occultato dalla vegetazione, è addossato direttamente al fronte roccioso, con il quale instaura un rapporto di continuità strutturale e paesaggistica. La facciata, realizzata con grandi blocchi lapidei probabilmente derivati dalle operazioni di scavo dell’invaso rupestre, presenta un impianto organizzato su due ordini. Il livello inferiore è caratterizzato da un portale architravato affiancato da paraste aggettanti e concluso da una cornice lapidea continua, mentre l’ordine superiore è scandito da una finestra incorniciata da un archivolto e da un lucernario destinato all’illuminazione dell’aula liturgica. Sul lato destro si conservano i resti di una struttura verticale interpretabile come torre campanaria. L’interno si sviluppa attorno a un’aula liturgica a pianta centrale con pareti curvilinee, affiancata da ambienti secondari e percorsi indipendenti che garantivano l’accesso a spazi di servizio e livelli superiori del complesso. Sul fondo si apre il presbiterio, caratterizzato da decorazioni a stucco policromo e da un altare in muratura con nicchia affrescata raffigurante la Vergine allattante affiancata da due santi, tra cui san Sebastiano. L’insieme degli elementi architettonici e iconografici suggerisce che la chiesa facesse parte di un più ampio complesso religioso e assistenziale legato all’accoglienza di pellegrini e malati lungo la Francigena. Nonostante le gravi condizioni conservative, il sito conserva un forte valore testimoniale, restituendo l’immagine di un luogo in cui architettura, paesaggio e pratiche devozionali si intrecciano lungo i percorsi della mobilità storica.
La documentazione della chiesa rupestre della Madonna del Ponte è stata condotta mediante un rilievo digitale integrato basato sull’integrazione di tecniche image-based e range-based, secondo un workflow adattivo calibrato sulle condizioni operative del sito. Lo stato di avanzato degrado, la fitta copertura vegetale e la presenza di crolli e instabilità strutturali hanno imposto significative limitazioni operative, orientando la strategia di acquisizione verso soluzioni in grado di garantire la sicurezza degli operatori e la salvaguardia del bene. Le acquisizioni fotogrammetriche hanno interessato il fronte della chiesa e le porzioni esterne accessibili, combinando riprese da UAV con acquisizioni terrestri. Il rilievo aerofotogrammetrico, realizzato con drone DJI Mavic Mini 2, ha consentito la documentazione delle parti in quota e del rapporto tra il prospetto e il fronte roccioso retrostante. A queste si sono affiancate riprese fotografiche da terra effettuate con camera Canon EOS 5D Mark II con obiettivo 24–105 mm L, finalizzate ad aumentare la densità informativa e la qualità del dataset, soprattutto per la lettura delle superfici lapidee e dei dettagli costruttivi della facciata. Le immagini sono state elaborate in ambiente Agisoft Metashape mediante workflow fotogrammetrici basati su algoritmi Structure from Motion (SfM), con produzione di nuvole di punti dense, modelli tridimensionali e ortoimmagini metricamente controllate del prospetto. Parallelamente, gli ambienti interni accessibili sono stati documentati mediante rilievo di prossimità range-based con sistema Matterport Pro3 dotato di sensore LiDAR integrato. Tale tecnologia ha consentito acquisizioni rapide e sistematiche degli spazi interni, fornendo dataset tridimensionali e immagini HDR utili alla documentazione geometrica e materica, pur nel rispetto delle limitazioni imposte dalle condizioni conservative del complesso. Le nuvole di punti generate dai due sistemi sono state successivamente integrate tramite procedure di registrazione e fusione in ambiente CloudCompare, permettendo la costruzione di un modello digitale unitario del sito. Il rilievo ha così restituito un gemello digitale tridimensionale della chiesa, fondamentale per la documentazione dello stato di conservazione, per l’analisi critica dell’organismo architettonico e per le successive attività di rappresentazione e valorizzazione digitale.
A partire dal modello tridimensionale integrato è stata sviluppata una serie di rappresentazioni finalizzate alla lettura critica e alla documentazione dello stato di conservazione della chiesa rupestre della Madonna del Ponte. La restituzione grafica ha incluso la produzione di elaborati bidimensionali metricamente controllati – piante, sezioni e prospetti – con particolare attenzione al fronte architettonico e agli ambienti interni accessibili, al fine di chiarire l’organizzazione spaziale del complesso e i rapporti tra la fabbrica in muratura e il fronte roccioso retrostante. Le ortoproiezioni derivate dal modello fotogrammetrico della facciata hanno consentito di documentare con precisione le caratteristiche costruttive del prospetto, la scansione volumetrica degli elementi architettonici e lo stato di degrado delle superfici lapidee. Analogamente, le restituzioni grafiche degli spazi interni hanno permesso di evidenziare la configurazione dell’aula liturgica, del presbiterio e dei percorsi secondari, contribuendo alla ricostruzione interpretativa dell’organismo architettonico. In un contesto segnato da gravi condizioni conservative e da una documentazione storica limitata, le rappresentazioni prodotte assumono un valore che trascende la mera restituzione grafica, configurandosi come strumenti di conoscenza, interpretazione e tutela, capaci di preservare la memoria di un bene a rischio e di sostenerne i processi di valorizzazione digitale.
M. Dimare, <em>Memorie critico-storiche della Chiesa di Sessa Aurunca [Napoli 1906-1907]</em>, Sessa Aurunca, Publiscoop, 1993. Fiorito, A. M. Villucci, Ricognizione di una variante dell’Appia nel tratto Suessa-Teanum, in <em>Studia Suessana, II</em>, 1980, pp. 33-37. Johannowsky, Problemi archeologici campani, «Rivista di Archeologia e Storia dell’Arte della Campania» (RAAN), L, Napoli 1975, pp. 3-37. Londrino, <em>Leone IX e Sessa Aurunca. Il papa santo e una città</em>, Caramanica Editore, Marina di Minturno 1998. Parolino, <em>Sessa Aurunca. Storia della toponomastica</em>, Caramanica Editore, Marina di Minturno 2005. Valletrisco, Note sulla topografia di Suessa Aurunca, «Rivista di Archeologia e Storia dell’Arte della Campania» (RAAN), LII, 1978. pp. 79-53.
Piscina Mirabilis
La Piscina Mirabilis è una straordinaria cisterna romana di età augustea situata a Miseno, nel territorio di Bacoli, concepita per garantire l’approvvigionamento idrico alla flotta imperiale della <em>Classis Misenensis</em>. Scavata interamente nel banco di tufo, la struttura si sviluppa come un imponente ambiente ipogeo scandito da pilastri e navate che sorreggono un sistema di volte a botte, configurando uno spazio architettonico di grande monumentalità e forte valore simbolico. Il manufatto è parte integrante del complesso sistema idraulico alimentato dall’Acquedotto Augusteo del Serino e rappresenta uno dei più significativi esempi di architettura infrastrutturale romana. Inserita nel contesto paesaggistico e archeologico dei Campi Flegrei, la Piscina Mirabilis è oggi riconosciuta come nodo fondamentale della cosiddetta “Costellazione delle Acque”, un sistema di beni accomunati dal rapporto funzionale, simbolico e materico con l’elemento idrico.
La documentazione del monumento è stata affrontata mediante un approccio di rilievo integrato, finalizzato alla restituzione accurata della complessa articolazione spaziale del manufatto. Le tecniche di acquisizione hanno privilegiato l’uso combinato di strumentazioni in grado di operare efficacemente in ambienti ipogei, caratterizzati da ridotte condizioni di illuminazione e da geometrie ripetitive. Il rilievo tridimensionale ha consentito di acquisire con elevata precisione le superfici murarie, i pilastri, le volte e le connessioni spaziali interne, mentre l’integrazione con tecniche image‑based ha permesso di completare la documentazione nelle porzioni esterne e nelle aree di raccordo con il contesto. La georeferenziazione dei dati ha assicurato coerenza metrica e affidabilità scientifica, rendendo possibile l’unificazione dei diversi dataset in un unico sistema spaziale.
I dati acquisiti hanno costituito la base per l’elaborazione di rappresentazioni bidimensionali e tridimensionali finalizzate alla lettura architettonica e strutturale dell’opera. Le ortoproiezioni orizzontali e verticali consentono di cogliere la regolarità modulare dell’impianto, il ritmo dei sostegni e la relazione tra i diversi spazi dell’invaso. Piante, sezioni e vedute prospettiche restituiscono non solo la geometria del manufatto, ma anche la percezione spaziale dell’ambiente ipogeo, mettendo in evidenza la monumentalità e la qualità costruttiva dell’architettura. Le rappresentazioni assumono pertanto un valore interpretativo, utile sia all’analisi storica sia alle valutazioni conservative.
A partire dai dati del rilievo integrato sono stati sviluppati modelli tridimensionali metricamente affidabili e ad alta risoluzione, capaci di restituire la complessità morfologica del monumento. Tali modelli costituiscono una base avanzata per la costruzione di un sistema informativo digitale del bene, nel quale la geometria è associabile a informazioni di carattere storico, materico e conservativo. In questa prospettiva, la modellazione tridimensionale non si limita a una visualizzazione formale, ma si configura come una possibile replica digitale del manufatto, suscettibile di aggiornamenti e implementazioni nel tempo. Il modello digitale può così supportare attività di studio, monitoraggio e gestione, ponendosi come strumento strategico per la conservazione del patrimonio.
La restituzione digitale del monumento ha reso possibile la realizzazione di esperienze di esplorazione virtuale finalizzate alla fruizione remota degli spazi ipogei. Attraverso ambienti virtuali navigabili, è possibile percorrere le navate, osservare le volte e comprendere l’organizzazione spaziale complessiva del manufatto senza necessità di accesso fisico. Il Virtual Tour svolge una duplice funzione: da un lato rende accessibile un bene complesso e delicato a un pubblico più ampio, dall’altro costituisce uno strumento operativo per lo studio e l’analisi, grazie alla possibilità di interrogare metricamente gli spazi e confrontare diverse configurazioni di lettura.
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Porta Napoli
Porta Romana
S. Maria in Grotta a Sessa Aurunca
San Domenico in Soriano Calabro
Le rovine del convento di S. Domenico in Soriano Calabro (VV) testimoniano la distruzione causata dal terremoto del 1783, che rase al suolo uno dei più importanti complessi barocchi della Calabria e dell’Italia meridionale. Già il sisma del 1659 aveva arrecato gravi danni alla chiesa e al convento e la successiva ricostruzione ha offerto l’occasione per intraprendere un vasto programma di trasformazione del santuario che, tra Sei e Settecento, assunse le forme grandiose descritte dai cronisti dell’epoca e illustrate nelle incisioni. Fondato nel 1510, il convento acquisì grande importanza dopo l’apparizione nel 1530 dell’immagine acheropita di s. Domenico, che ne fece un celebre santuario di pellegrinaggio; le elemosine dei pellegrini e le donazioni dei nobili, il favore delle alte gerarchie dell’ordine e dello stesso re di Spagna, Filippo IV, permisero l’accumulo di ricchezze e feudi. Non conosciamo il progettista della fabbrica, disegnata probabilmente negli anni Trenta del Seicento, ma sappiamo che il rifacimento successivo al sisma del 1659 è opera del frate certosino Bonaventura Presti, già identificato nel Seicento. Un ulteriore terremoto nel 1743 colpì Soriano e la Calabria Ultra, ma fu il sisma del 1783 a determinare la distruzione definitiva del complesso (figg. 1-4). L’entità dei danni subiti, i tempi mutati e le circostanze storiche non favorirono la ricostruzione della fabbrica, né la riattivazione della devozione verso l’icona acheropita di s. Domenico, che tanta parte aveva avuto nella crescita del santuario.
La ricostruzione 3D della chiesa settecentesca (fig. 9) si basa sulla lettura critica delle fonti documentarie, sull’osservazione diretta delle strutture murarie superstiti, sui dati metrici acquisiti con il rilievo 3D, sugli studi pregressi, oltre che su considerazioni di natura stilistico-compositiva. I resti della griglia dell’ordine, che scandiva l’interno della chiesa, forniscono indizi significativi sulla configurazione originaria dell’elevato, come, ad esempio, nel coro absidato dove sono riconoscibili lesene e controlesene corinzie in stucco, con trabeazione, sormontate da un attico. I piloni della crociera, deputati al sostegno della cupola, erano caratterizzati da lesene binate originariamente rivestite in marmo, con basi e capitelli anch’essi marmorei; le dimensioni contenute dei pilastri della nave, rispetto ai piloni, hanno determinato l’adozione di un sistema marmoreo a lesena con controlesena, simile a quello del coro. I frammenti di trabeazione dell’abside mostrano una sostanziale somiglianza con quella disegnata da Vignola: si tratta di una versione semplificata, priva di fioriture, con soffitto liscio e anche dal punto di vista dei profili delle modanature non vi è un’aderenza perfetta. L’analisi delle pareti della nave suggerisce una scansione basata sull’alternanza di un ordine maggiore trabeato e di un ordine minore con alette e archi a tutto sesto. La nave era coperta da una volta a botte, così come i cappelloni del transetto e il coro, che si concludeva con l’abside semicircolare chiuso superiormente dal catino; il passaggio dall’ordine trabeato alla volta a botte era mediato da un attico. L’incrocio tra la nave e il transetto era segnato da una cupola con lanterna e tamburo, impostata su pennacchi sferici. Le cappelle laterali erano sormontate da cupole emisferiche con lanterna, anch’esse impostate su pennacchi sferici, ma prive di tamburo o attico.
<div class="elementor-element elementor-element-1212178 e-flex e-con-boxed e-con e-parent" data-id="1212178" data-element_type="container" data-settings="{"content_width":"boxed"}" data-core-v316-plus="true"> <div class="e-con-inner"> <div class="elementor-element elementor-element-c0d24a1 elementor-widget elementor-widget-text-editor" data-id="c0d24a1" data-element_type="widget" data-widget_type="text-editor.default"> <div class="elementor-widget-container"> <em>Le vedute del santuario e del paesaggio circostante tra Sette e Ottocento</em> La documentazione iconografica relativa al santuario di S. Domenico in Soriano Calabro, tra Sette e Ottocento, è stata concepita con differenti motivazioni e, di volta in volta, ha come <em>focus</em> la magnificenza del santuario, lo sconcerto per il complesso ormai ridotto allo stato di rudere, fino ad arrivare a raffigurare il più ampio contesto paesaggistico di cui esso è parte. Il <em>corpus</em> delle vedute si colloca tra l’incisione di Fabiano Miotte, anteriore al 1706, e quella ottocentesca del «Poliorama pittoresco», che mostra il santuario ormai ridotto a rudere. La veduta di Miotte restituisce l’aspetto del complesso, con l’intenzione di esaltarne la mole e la maestosità nel momento del suo massimo sviluppo. L’autore non illustra la sola architettura del convento, ma estende lo sguardo allo scenario paesaggistico circostante, presentando un territorio fertile, ricco di corsi d’acqua e coltivato, chiuso dai monti e con la Collina degli Angeli alle spalle della fabbrica. L’incisione in figura 5 appartiene a una ristampa di inizio Settecento della <em>Cronica del Convento</em> … (1665) di frate Antonino Lembo, nella versione ampliata del 1687 curata da frate Domenico Cianciaruso. Il volume, probabilmente pubblicato nel 1706 e curato da frate Vincenzo Ferrari (<em>Croniche del Real Convento di S. Domenico in Soriano …</em>), è dedicato al granduca di Toscana; ciò consente di fissare il 1706 come <em>terminus ante quem</em> dell’incisione. La veduta è attendibile per quanto riguarda la conformazione del complesso nel suo insieme e la disposizione delle parti, ma il grado di attendibilità diventa più basso – fino al limite della sufficienza – se intendiamo risalire, per suo tramite, alle forme degli elementi linguistico-compositivi che compongono la chiesa e la sua facciata (l’ordine adoperato, le forme delle nicchie, le cornici delle bucature e il profilo dell’eventuale frontone, ecc.). La veduta di <em>Soriano</em> di Francesco Cassiano de Silva, realizzata tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento, raffigura Soriano e il santuario all’interno di un ampio panorama territoriale. Tutto è riprodotto con linee essenziali e con un approccio grafico che privilegia la sintesi, dettato dall’estensione del panorama e dalle intenzioni prefissate: il tratto rapido ed efficace di Cassiano de Silva coglie i caratteri dell’abitato e restituisce le specificità dei luoghi, ma nulla o quasi ci dice del santuario e delle sue forme. Il terremoto del febbraio 1783, che interessò la Calabria Ultra e Messina, è il più importante evento sismico del Settecento nel Regno di Napoli e distrusse completamente il convento, insieme a Soriano e Sorianello. Nell’ambito della spedizione scientifica guidata da Michele Sarcone, l’architetto Pompeo Schiantarelli disegnò la veduta delle<em> Rovine di Soriano, e del Tempio, </em>pubblicata nell’<em>Atlante </em>(tav. XVIII) a corredo dell’<em>Istoria de’ fenomeni del tremuoto </em>(1784). L’immagine privilegia la descrizione degli effetti del sisma e del paesaggio sconvolto e il grado di distruzione del convento concorda con i resti delle strutture tutt’oggi visibili. Altre due vedute, volute da Antonio Minasi e disegnate da Bernardino Rulli tra il 1783 e il 1791, raffigurano il complesso prima e dopo il terremoto. La veduta del santuario prima del terremoto del 1783 riprende quella di Miotte, mentre quella che rappresenta la distruzione operata dal terremoto del 1783 documenta con precisione le strutture superstiti e il contesto di devastazione. L’ultima testimonianza iconografica presa in esame è la veduta attribuita a Filippo Cirelli, pubblicata nel «Poliorama pittoresco (vol. XVIII, 1858-1859)», che mostra le rovine dall’interno del chiostro di mattoni. Essa documenta una situazione sostanzialmente invariata rispetto alle immagini di fine Settecento e trova riscontro nella fotografia del 1894 di Peter Paul MacKey. <em>Le narrazioni dei primi cronisti dell’ordine (padre Silvestro Frangipane e padre Antonino Lembo) e le memorie di viaggio di Giovan Battista Pacichelli</em> Nel corso del Seicento vengono dati alle stampe i primi scritti a carattere encomiastico che raccolgono i prodigi compiuti da s. Domenico e dalla sua immagine acheropita. Si tratta della <em>Raccolta dei miracoli et Grazie…</em> (1621) di padre Silvestro Frangipane, ristampata più volte, e della <em>Cronica del Convento…</em> (1665) di padre Antonino Lembo, ampliata e ristampata nel 1687. In queste opere i miracoli, le notizie storiche e le vicende costruttive del complesso si susseguono senza soluzione di continuità, mescolandosi. Entrambi i cronisti fanno risalire la fondazione del convento (dai tratti leggendari) al 1510, attribuendola a frate Vincenzo da Catanzaro; l’evento cruciale nella storia del santuario è l’apparizione del 15 settembre 1530, quando tre figure femminili (identificate tradizionalmente con la Vergine, Maria Maddalena e s. Caterina d’Alessandria) consegnano a frate Lorenzo da Grotteria la miracolosa tela acheropita di s. Domenico, da porre sull’altare maggiore. Da questo episodio deriva la straordinaria fortuna del convento, che diventa uno dei principali centri devozionali della Calabria e del Mezzogiorno. Al di là della narrazione di natura religiosa, la fondazione del convento si inserisce nelle dinamiche insediative promosse dai domenicani di Catanzaro, probabilmente in collaborazione con la comunità locale. Alla crescita economica seguì lo sviluppo architettonico del complesso: nel 1590 la chiesa era stata ultimata, ma era ancora da completare il resto del convento ed era in costruzione il chiostro. I terremoti del 1626 e del 1638 non provocarono danni rilevanti, mentre il sisma del 1659 causò gravi distruzioni, in seguito alle quali fu avviato un vasto programma di riedificazione e monumentalizzazione, attribuito da Lembo al certosino Bonaventura Presti, che impegnò la comunità domenicana di Soriano nella seconda metà del Seicento e per tutto il Settecento (fig. 11). Giovan Battista Pacichelli visita il convento nel 1693 e ne trascrive il resoconto nelle <em>Lettere familiari …</em> (1695), ritornando sull’argomento ne <em>Il Regno di Napoli in prospettiva</em> (1703). Gli scritti di Pacichelli documentano un cantiere ancora aperto: cappelle incomplete, cupola non dipinta e strutture provvisorie convivono con un’architettura percepita come moderna, ricca e solenne, con l’immagine acheropita collocata sull’altare maggiore. <em>La chiesa e la sua riconfigurazione nel Seicento</em> I <em>Giornali di fabbrica</em>, (1640-1700) e le acquisizioni documentarie pubblicati da Panarello (2001, 2010, 2012), nonché i documenti notarili rinvenuti da Antonio Tripodi (1994), al pari delle altre fonti scritte e figurate di cui sopra, costituiscono testimonianze di primaria importanza per la ricostruzione delle vicende storiche del complesso santuariale e, in particolare, per avere ragguagli sulla chiesa seicentesca e soprattutto sulla sua ricostruzione dopo il sisma del 1659. Secondo Panarello il progetto della chiesa danneggiata dal sisma del 1659 risale agli anni Trenta del Seicento, ma non se ne conosce il progettista, che lo studioso ipotizza essere Martino Longhi, a cui si deve l’altare maggiore, completato nel 1641; quest’ultimo, probabilmente, era tipologicamente e stilisticamente simile all’altare progettato da Martino Longhi per la chiesa di S. Carlo ai Catinari. I <em>Giornali</em> documentano i lavori all’interno della chiesa, quelli relativi alle sagrestie e alla costruzione della cupola, la realizzazione della pavimentazione del transetto e della balaustra dell’altare maggiore, ecc. Il terremoto del 1659 segnò una svolta decisiva: la ricostruzione assunse caratteri monumentali e i <em>Giornali</em> registrano demolizioni, sterri, coperture, interventi sulla cupola, ecc. In questo contesto si colloca l’arrivo a Soriano di due importanti figure: nel 1661 è attestato un «padre teatino architetto», identificato da Panarello con Guarino Guarini, ma il disegno del nuovo convento è affidato al certosino Bonaventura Presti. I <em>Giornali, </em>dopo la cesura documentaria in corrispondenza del sisma del 1659, ma non dovuta ad esso, continuano a trasmettere un’immagine vivida del cantiere, con lavori che interessano tutto il complesso conventuale, così come l’interno e la facciata della chiesa (figg. 12-15). A fine Seicento, la nave della chiesa venne ornata con un ricco ed esteso apparato decorativo marmoreo eseguito dallo scultore perugino Giuseppe Scaglia; a metà Settecento Francesco Raguzzini riveste in marmo due dei pilastri di sostegno della cupola. Nel 1757 venne collocato il nuovo altare maggiore alto 50 palmi, progettato da Carlo Marchionni ed eseguito da Francesco Raguzzini, che riutilizzava elementi del precedente altare seicentesco. Anche dopo questa data, l’interno della chiesa continuò a essere arricchito. </div> </div> </div> </div> <div class="elementor-element elementor-element-1dd99c0 e-flex e-con-boxed e-con e-parent" data-id="1dd99c0" data-element_type="container" data-settings="{"content_width":"boxed"}" data-core-v316-plus="true"></div>
<div class="elementor-element elementor-element-9de1805 e-flex e-con-boxed e-con e-parent" data-id="9de1805" data-element_type="container" data-settings="{"content_width":"boxed"}" data-core-v316-plus="true"> <div class="e-con-inner"> <div class="elementor-element elementor-element-d704b41 elementor-widget elementor-widget-text-editor" data-id="d704b41" data-element_type="widget" data-widget_type="text-editor.default"> <div class="elementor-widget-container"> L. Abetti, <i>Bonaventura Presti architetto certosino</i>, in <i>Ricerche sull’arte a Napoli in età moderna. Saggi e documenti 2015</i>, Arte’m, Napoli 2015, pp. 106-132; G. Amirante e M. R. Pessolano, <i>Immagini di Napoli e del Regno. Le raccolte di Francesco Cassiano De Silva</i>, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2015; F. Bartone, <i>Schede per un repertorio iconografico antico</i>, in <i>Le magnifiche rovine. Il Real Convento Domenicano a Soriano Calabro, </i>S. Piermarini, Monteleone Editore, Vibo Valentia 2004, pp. 71-77; M. Bidotti, <i>La promozione agiografica di san Domenico in Calabria attraverso l’uso della pittura: i casi di Soriano e Taverna (secc. XVI-XVII</i>), <i>Atlante </i>[online], 15, 2021, pp. 216-227 (<i>online</i> dal 01/10/2021, consultato il 06/05/2025); DOI: <a href="https://doi.org/10.4000/atlante.5858">https://doi.org/10.4000/atlante.5858</a> <em>Breve ragguaglio della traslazione della miracolosa imagine del patriarca S. Domenico in Soriano di Calabria seguita li 10. Maggio 1757</em>, s.e., s.l. s.d. [1757]; M. R. Cagliostro, Le volute di raccordo,<i> </i>in <i>Atlante del Barocco in Italia: Calabria</i>, a cura di R. M. Cagliostro, De Luca Editori d’Arte, Roma 2002, pp. 311-313; D. Cianciaruso, <i>Croniche del Real convento di S. Domenico in Soriano composte dal Mol. Rev. Padre Maestro Frat’Antonino Lembo dell’Ordine dei Predicatori nuovamente accresciute fino all’anno 1687 e divise in libri due</i>, nella Stamperia di Vincenzo Amico, Messina 1687; T. Colletta, <i>Bonaventura Presti ed il progetto per il monastero napoletano di San Domenico Soriano</i>, Archivio storico per le province napoletane, 17, 1978, pp. 135-170; N. Davolos, <i>I due punti di vista e la veduta del Convento di San Domenico in Soriano Calabro di Fabiano Miotte del XVIII secolo</i>, in <i>Il tesoro delle città. Strenna xv-2024</i>, Steinhauser, Wuppertal 2024, pp. 146-159; G. M. Ferrari,<i> Il santuario di San Domenico in Soriano Calabro</i>, Stabilimenti poligrafici Riuniti, Bologna 1927; S. Frangipane, <i>Raccolta dei miracoli et Grazie adoperate dall’Immagine del Padre S. Domenico di Soriano</i>, nella Stamperia P. Brea, Messina 1621; E. Guidoboni, G. Ferrari, D. Mariotti, A. Comastri, G. Tarabusi, G. Sgattoni, G. Valensise, <i>CFTI5Med, Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (461 a.C.-1997) e nell’area Mediterranea (760 a.C.-1500)</i>, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), 2018; DOI: <a href="https://doi.org/10.6092/ingv.it-cfti5">https://doi.org/10.6092/ingv.it-cfti5</a> E. Guidoboni, G. Ferrari, G. Tarabusi, G. Sgattoni, A. Comastri, D. Mariotti, C. Ciuccarelli, M. G. Bianchi, G. Valensise, <i>CFTI5Med, the new release of the catalogue of strong earthquakes in Italy and in the Mediterranean area</i>, <i>Sci Data</i>, 6, Article number: 80, 2019; DOI: <a href="https://doi.org/10.1038/s41597-019-0091-9">https://doi.org/10.1038/s41597-019-0091-9</a> G. Hamilton, <i>Relazione dell’ultimo terremoto delle Calabrie e della Sicilia</i> (G. Sella, trad.), Stamperia della Rovere, Firenze 1783; A. Lembo, <i>Cronica del Convento di San Domenico in Soriano dall’anno 1510 fin al 1664</i>, per Domenico Antonio Ferro, In Soriano 1665; C., Longo O.P., <i>I domenicani in Calabria nel 1613</i>, <i>Archivum Fratrum Praedicatorum</i>, 61, 1991, pp. 137-225; recuperato da <span lang="EN-US"><a href="https://heyjoe.fbk.eu/index.php/afp/article/view/8091"><span lang="IT">https://heyjoe.fbk.eu/index.php/afp/article/view/8091</span></a></span> E. Lussiaa, <i>Le sanctuaire de Soriano</i>, Imprimerie et Librairie Edouard Privat, Toulouse 1929; M. Mafrici, <i>Il complesso conventuale di San Domenico in Soriano Calabro: vicende storico-costruttive</i>, in <i>Studi di storia sociale e religiosa. Scritti in onore di Gabriele De Rosa</i>, a cura di A. Cestaro, Ferraro, Napoli 1980, pp. 1167-1187; G. B. Melloni, <i>Vita di S. Domenico fondatore dell’ordine de’ predicatori descritta ed illustrata con note da Giovambattista Melloni</i>, nella stamperia del Manfredi, Napoli 1791; <em>I domenicani in Calabria. Storia e architettura dal XV al XVIII secolo</em>, a cura di O. Milella, Gangemi, Roma 2004; G. B. Pacichelli, <i>Lettere familiari, istoriche, et erudite tratte dalle memorie recondite dell’abate Gio. Battista Pacichelli</i>, appresso li socii Parrino e Mutii, Napoli 1695; G. B. Pacichelli, <i>Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, </i>nella stamperia di Dom. Ant. Parrino, Napoli 1703. M. Panarello, <i>Per l’altare di San Domenico in Soriano Calabro</i>, Napoli Nobilissima, XXXVIII, 1999, I-VI, pp. 17-28; M. Panarello, <i>La «Santa Casa» di San Domenico in Soriano Calabro. Vicende costruttive di un grande complesso barocco</i>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001; M. Panarello, <i>Il grande cantiere del Santuario di S. Domenico di Soriano. 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E di quanto nella Calabria fu fatto per lo suo risorgimento fino al 1787. Preceduta da una Teoria, ed Istoria Generale de’ Tremuoti</i> (2 voll.), nella Stamperia regale, Napoli 1788. </div> </div> </div> </div> <div class="elementor-element elementor-element-1a4cf62 e-flex e-con-boxed e-con e-parent" data-id="1a4cf62" data-element_type="container" data-settings="{"content_width":"boxed"}" data-core-v316-plus="true"></div>
San Girolamo
San Gregorio
Sant’Agostino
Sant’Ambrogio
Santa Maria in Grotta
Santa Maria in Gruptis
Serra San Bruno
Serra San Bruno
La storia della Certosa di Santo Stefano del Bosco e quella del centro abitato di Serra San Bruno costituiscono un sistema culturale integrato, nel quale architettura, memoria collettiva e pratiche di riuso si intrecciano in modo indissolubile. Fondata nel 1091, la certosa non è stata soltanto un luogo di preghiera: è da secoli il cuore simbolico, spirituale e materiale della comunità serrese. Le sue architetture, i suoi riti, la sua presenza silenziosa tra i boschi hanno modellato l’identità del territorio, influenzando tradizioni, linguaggi, feste e persino il modo in cui gli abitanti percepiscono il proprio paesaggio. La comunità certosina subisce alterne fortune e acquisisce particolare importanza tra Cinque e Seicento grazie a committenze che richiamarono artisti di rilievo per la costruzione, all’interno delle sue mura, della grande chiesa. La sua evoluzione architettonica, tuttavia, è documentata in modo frammentario: le fonti superstiti — dalla <em>Visita Apostolica</em> del 1629 alle descrizioni di Pacichelli e di Tromby — restituiscono un quadro incompleto. Il processo di arricchimento perdura per quasi tutto il Settecento finché il terremoto del 1783 spezza questa continuità. La grande chiesa cinquecentesca, con il suo altare di Cosimo Fanzago e le sculture di David Müller, crolla quasi interamente. La comunità certosina viene dispersa, gli archivi e la biblioteca si perdono, e il complesso monastico rimane per decenni un rudere abbandonato. Ma proprio da questa rovina nasce una nuova storia: quella del reimpiego. Gli abitanti di Serra San Bruno, costretti a ricostruire le proprie case e le proprie chiese, iniziano a recuperare i frammenti della certosa. Non si tratta solo di necessità: è un gesto di continuità, un modo per non perdere il legame con un passato che rischiava di dissolversi. I materiali della certosa vengono reimpiegati nel tessuto urbano, generando un fenomeno di migrazione materiale che assume valenze economiche, funzionali, simboliche e identitarie. Colonne, stipiti, mensole, bassorilievi e soprattutto volti di angeli e cherubini vengono inseriti nelle facciate delle abitazioni e negli edifici sacri, spesso con funzione apotropaica. Tale pratica, lungi dall’essere un semplice espediente costruttivo, diventa un dispositivo di memoria collettiva: i frammenti della certosa, ricollocati, ne rafforzano il senso di appartenenza e trasformano il paesaggio urbano in un archivio diffuso di tracce materiali. Camminando per le vie del centro abitato, si percepisce questa presenza diffusa: la certosa non è più un luogo isolato, ma un organismo disseminato, un mosaico di frammenti che raccontano una storia di perdita e di rinascita. Le chiese del paese diventano scrigni di questa memoria migrante e costituiscono i principali poli di concentrazione delle opere dislocate. La chiesa matrice di San Biagio conserva statue marmoree provenienti con molta probabilità dalle nicchie della crociera certosina, parti della balaustrata, elementi del pavimento e un prezioso reliquiario. La chiesa di Maria SS. dei Sette Dolori rappresenta il caso più emblematico: vi confluiscono il pavimento marmoreo, quattro medaglioni scolpiti, un altare laterale, una transenna traforata e, soprattutto, l’altare con ciborio di C. Fanzago, miracolosamente sopravvissuto, riassemblato e consacrato nel 1835. La dispersione dei frammenti e la perdita delle fonti rendono complessa la ricostruzione filologica dell’assetto della certosa antecedente al terremoto del 1783. In questo scenario, il rilievo digitale, la modellazione 3D e la costruzione di modelli informativi assumono un ruolo metodologico centrale. Attraverso la ricognizione dei principali frammenti <em>in situ</em>, la digitalizzazione delle più significative opere dislocate e l’integrazione delle fonti archivistiche, il progetto di ricerca mira a ricomporre virtualmente la trama delle relazioni tra frammento e contesto, ponendo le basi per una lettura unitaria del patrimonio e promuovendo forme di fruizione aumentata capaci di rafforzare la consapevolezza identitaria della comunità e la tutela del patrimonio culturale. Nonostante il lavoro di ricognizione e digitalizzazione finora svolto, il <em>corpus</em> delle opere dislocate provenienti dalla Certosa di Santo Stefano del Bosco non può ancora considerarsi completo. La dispersione secolare dei frammenti, la loro presenza diffusa nel tessuto urbano e la mancanza di una documentazione sistematica precedente al terremoto del 1783 rendono il censimento un processo aperto, in continua evoluzione. Molti elementi — sculture minori, porzioni di cornici, frammenti lapidei reimpiegati in abitazioni private o in edifici oggi trasformati — restano ancora da individuare, studiare e acquisire digitalmente. In questo scenario, la piattaforma digitale sviluppata nell’ambito del progetto assume un ruolo strategico: essa non è solo un archivio statico, ma un ambiente dinamico, pensato per accogliere progressivamente nuovi dati, nuove scoperte e nuove ricognizioni. La sua struttura modulare consente di integrare in futuro ulteriori rilievi 3D, schede descrittive, confronti tipologici e ricostruzioni virtuali, favorendo un processo di conoscenza incrementale e partecipato. L’auspicio è che la piattaforma diventi un punto di riferimento per studiosi, istituzioni e comunità locale, capace di catalizzare segnalazioni, contributi e collaborazioni che permettano di completare — per quanto possibile — la mappa delle opere dislocate e di restituire una visione sempre più articolata del patrimonio certosino diffuso nel territorio.
<div class="elementor-element elementor-element-60fa12a e-flex e-con-boxed e-con e-parent" data-id="60fa12a" data-element_type="container" data-settings="{"content_width":"boxed"}" data-core-v316-plus="true"> <div class="e-con-inner"> <div class="elementor-element elementor-element-d75c481 elementor-widget elementor-widget-text-editor" data-id="d75c481" data-element_type="widget" data-widget_type="text-editor.default"> <div class="elementor-widget-container"> Per l’acquisizione di una porzione del centro storico di Serra San Bruno e per alcuni degli elementi erratici è stata progettata e condotta una campagna di rilievo strutturata con duplice obiettivo: da un lato, l’integrazione di dati acquisiti tramite <em>Terrestrial Laser Scanning</em> (TLS) e <em>Structure from Motion</em> (SfM); dall’altro, lo sviluppo di specifici <em>output</em> applicativi utili alla realizzazione di ambienti di realtà aumentata. La metodologia di documentazione ha previsto una prima fase incentrata sul rilievo integrato, combinando tecniche attive e passive per l’acquisizione di una porzione del tessuto urbano e dei principali assetti architettonici. Nello specifico, per ottenere la struttura metrica e spaziale del contesto, il rilievo TLS è stato eseguito mediante laser scanner Faro Focus S 150 Plus. A questo si è affiancato un rilievo aerofotogrammetrico (UAV), realizzato con drone DJI Air 2S, rivelatosi essenziale per l’ispezione e l’acquisizione di fotogrammi delle coperture e delle porzioni sommitali non visibili dal basso. Il set di dati è stato ulteriormente arricchito da prese fotogrammetriche terrestri, effettuate utilizzando una fotocamera Nikon D800 equipaggiata con teleobiettivo Nikkor AF-S 70-200 mm. In particolare, l’acquisizione di dettaglio è stata realizzata per le facciate delle chiese di San Biagio e di Maria SS. dell’Addolorata; tale approccio ha permesso di rilevare le complesse partiture decorative e l’apparato scultoreo con un’elevata densità di informazioni geometriche e cromatiche. È stata inoltre impiegata la tecnica della polarizzazione incrociata (<em>cross-polarization</em>), associata alla <em>turntable photogrammetry</em>, per l’acquisizione di specifici elementi erratici, amovibili, caratterizzati da superfici altamente riflettenti. L’integrazione di filtri polarizzatori incrociati nel sistema fotocamera-flash ha consentito di ridurre i riflessi speculari, ottimizzando i risultati della ricostruzione tridimensionale e la fedeltà delle texture anche degli elementi non movibili. Questa specifica metodologia è stata applicata per il rilievo di alcuni manufatti scultorei conservati all’interno della Chiesa di Maria SS. dei Sette Dolori. Una seconda fase operativa è stata invece specificamente dedicata all’acquisizione di dati finalizzati alla realtà aumentata (AR). Ad integrazione del rilievo documentale classico, è stata condotta una mirata campagna mediante laser scanner Leica BLK360 G1. L’impiego di tale strumentazione è stato funzionale alla generazione di una nuvola di punti leggera e ottimizzata, propedeutica alla trasformazione in Area Target. Questo dato spaziale è stato successivamente importato nel motore grafico Unity 3D, fungendo da base essenziale per lo sviluppo dell’applicazione immersiva. L’utilizzo del BLK360 ha permesso di superare i limiti imposti dai tradizionali marker bidimensionali, consentendo al sistema AR di riconoscere l’intero ambiente architettonico tridimensionale come superficie di attivazione del sistema di AR. Nello specifico, grazie all’integrazione dell’estensione (SDK) <em>Vuforia Area Target</em>, la nuvola di punti è stata convertita in un modello digitale semplificato in grado di garantire il tracking spaziale in tempo reale. </div> </div> </div> </div>
<div class="elementor-element elementor-element-8894fd0 e-flex e-con-boxed e-con e-parent" data-id="8894fd0" data-element_type="container" data-settings="{"content_width":"boxed"}" data-core-v316-plus="true"> <div class="e-con-inner"> <div class="elementor-element elementor-element-2fd8651 elementor-widget elementor-widget-text-editor" data-id="2fd8651" data-element_type="widget" data-widget_type="text-editor.default"> <div class="elementor-widget-container"> Le attività di rilievo condotte sul territorio di Serra San Bruno hanno interessato simultaneamente la scala urbana e la scala del dettaglio, secondo un approccio multilivello volto a ricostruire in modo integrato il rapporto storico‑materico tra il tessuto abitato e la Certosa di Santo Stefano del Bosco. Alla dimensione territoriale e urbana è stato dedicato un lavoro sistematico di ricognizione, culminato nella produzione di una mappa tematica che localizza e documenta gli elementi architettonici e scultorei provenienti dal complesso certosino. Tale mappa, oltre ad orientare i vari fruitori nella loro visita al centro antico, pone le basi per la lettura delle dinamiche di reimpiego e per la comprensione della diffusione materiale del patrimonio certosino nel paesaggio costruito serrese. Parallelamente, sono state realizzate le piante al tratto della Chiesa Matrice di San Biagio, della Chiesa di Maria SS. dei Sette Dolori e della Chiesa di Maria SS. Assunta in Cielo (Terravecchia). Questi elaborati grafici sono stati concepiti come supporto operativo per il posizionamento delle opere scultoree provenienti dalla certosa, consentendo una restituzione coerente delle loro collocazioni attuali e mettendo in evidenza le scelte architettoniche comuni ai tre soggetti. Per quanto riguarda la chiesa matrice, il lavoro di digitalizzazione 3D ha interessato l’edificio nelle parti accessibili ai fedeli e sono state rilevate le quattro statue marmoree (Vergine col Bambino, San Bruno, Santo Stefano e San Giovanni Battista) provenienti dalla chiesa certosina, insieme alle relative basi, oggi collocate nella navata centrale. I modelli tridimensionali ottenuti sono stati successivamente elaborati in <em>ambient occlusion,</em> una tecnica di<em> shading</em> che enfatizza la percezione delle superfici, delle cavità, delle ombre proprie e delle modulazioni plastiche, facilitando così la lettura critica delle opere e la loro analisi morfologica. Il rilievo tridimensionale ha assunto un ruolo particolarmente rilevante nel caso della Chiesa di Maria SS. dei Sette Dolori, dove la densità, la qualità materica e l’importanza storico‑artistica delle opere provenienti dalla certosa hanno reso necessaria un’attività di acquisizione molto accurata e tecnicamente impegnativa. La presenza del pavimento marmoreo certosino, dei medaglioni scolpiti, degli altari dislocati e, soprattutto, del monumentale altare maggiore di Cosimo Fanzago ha richiesto un protocollo di rilievo calibrato sulle specificità morfologiche e materiche dei manufatti. Il maggiore sforzo operativo è stato dedicato proprio al modello 3D dell’intera composizione dell’altare maggiore, sia per le sue dimensioni considerevoli sia per la complessità della finitura superficiale, caratterizzata da marmi policromi, elementi scolpiti e superfici riflettenti che hanno reso necessarie strategie di acquisizione differenziate. L’elaborazione del modello ha costituito la base per la produzione di un HBIM dedicato, concepito come strumento informativo per la documentazione dell’opera. Si tratta, a tutti gli effetti, del rilievo più complesso dell’intero progetto sulla certosa, relativo a un’opera di straordinaria articolazione formale e tecnica. Accanto all’altare maggiore, sono stati rilevati e digitalizzati anche altri elementi di grande rilevanza: – l’altare di San Bruno, anch’esso proveniente dalla certosa e oggi ricollocato nel transetto; – la transenna marmorea presente sul balcone d’organo, caratterizzata da un elaborato traforo; – i quattro medaglioni scultorei in marmo, originariamente parte dell’apparato decorativo certosino. Anche per questi modelli è stata adottata la procedura dell’<em>ambient occlusion</em>, per facilitare la lettura critica delle superfici scultoree e per migliorare la comprensione delle relazioni volumetriche tra le parti. </div> </div> </div> </div> <div class="elementor-element elementor-element-8500350 e-flex e-con-boxed e-con e-parent" data-id="8500350" data-element_type="container" data-settings="{"content_width":"boxed"}" data-core-v316-plus="true"></div>
A valle delle acquisizioni condotte all’interno del centro storico e di alcune chiese di Serra San Bruno, è stato individuato l’altare maggiore di Cosimo Fanzago per la realizzazione di un modello informativo HBIM. Il rilievo di dettaglio di questa imponente macchina barocca è stato condotto integrando <em>laser scanner</em> terrestre (TLS) e fotogrammetria digitale, sfruttando in particolare la tecnica della polarizzazione incrociata per ovviare alle criticità poste degli elementi scultorei riflettenti posti sull’altare. Data la notevole complessità geometrica, materica e formale dell’opera, la restituzione digitale ha richiesto innanzitutto una scomposizione linguistico-funzionale. Questo passaggio analitico ha permesso di separare le componenti geometricamente regolari e ricorrenti da quelle scultoree morfologicamente più complesse, indirizzando il flusso di lavoro verso un approccio di modellazione ibrida e integrata. Nello specifico, per gli elementi architettonici codificati (come modanature e cornici) si è proceduto a una ricostruzione parametrica all’interno di <em>Autodesk Revit</em> tramite la creazione di famiglie personalizzate, generate a partire da abachi di profili estratti dalle sezioni delle nuvole di punti e dalle ortofoto. Per far fronte, invece, ai limiti intrinseci dei <em>software BIM-authoring</em> nella gestione delle geometrie organiche – come le ricche decorazioni plastiche, i putti e le statue in metallo dorato dei Dottori della Chiesa poste sul tabernacolo – si è fatto ricorso all’importazione diretta di <em>mesh</em> fotogrammetriche, opportunamente decimate e ottimizzate e, per gli elementi con complessità geometrica media, alla modellazione NURBS avanzata tramite <em>Rhinoceros</em>. Tali modelli complessi sono stati inseriti in <em>Revit</em> come <em>Modelli Generici</em> e texturizzati mappando le superfici con immagini ad alta risoluzione. Infine, per passare da una riproduzione tridimensionale a un vero e proprio contenitore semantico, il modello è stato strutturato secondo una logica informativa multilivello basata sui moderni standard LOIN (<em>Level of Information Need</em>). Ai componenti linguistico-funzionali dell’altare sono stati associati parametri di progetto personalizzati suddivisi per livelli: da quello descrittivo (denominazione, autore, ecc.) a quello materico-tecnologico (materiali costitutivi e stato di alterazione), fino alla cronologia degli interventi pregressi. Questa complessa rete di metadati trasforma il modello dell’altare in un archivio dinamico, interrogabile, aggiornabile e scalabile.
Per far fronte alla necessità di documentare, raccogliere e rendere fruibile l’ampio patrimonio dislocato nel centro storico di Serra San Bruno, è stato sviluppato il progetto <em>SerraVT</em>. Questa piattaforma si configura come un contenitore digitale multidimensionale, realizzato mediante il <em>software 3DVista Virtual Tour</em>, capace di superare i limiti fisici della frammentazione territoriale. Operando su una scala urbana estesa, <em>SerraVT</em> nasce non solo per mappare e geolocalizzare gli elementi erratici superstiti, ma anche per restituire loro un’unità narrativa, rendendoli esplorabili da qualsiasi luogo, senza alcun vincolo temporale o spaziale. Il <em>tour</em> consente agli utenti di navigare in modo immersivo all’interno degli spazi architettonici e urbani, sfruttando l’integrazione di foto sferiche – derivate da acquisizioni rigorose con testa panoramica – e modelli 3D ad alta risoluzione. A supporto della visita digitale è stata implementata un’interfaccia interattiva che trasforma la semplice esplorazione in un vero e proprio ecosistema di conoscenza. Interrogando la scena, l’utente può accedere direttamente a informazioni storico-archivistiche sulle vicende che hanno causato la dislocazione dei manufatti, consultare riferimenti bibliografici e attivare funzionalità come la possibilità di eseguire misurazioni dirette sui modelli 3D. Insieme a questo applicativo, sono stati realizzati alcuni visualizzatori 3D dedicati alla fruizione interattiva delle preziose statuette in metallo dorato dei Dottori della Chiesa che ornano il tabernacolo dell’altare maggiore. I visualizzatori consentono all’utente di ispezionare le sculture riprodotte: è possibile ruotarle a 360 gradi, ingrandirle per apprezzarne la finezza materica ed effettuare misurazioni dirette sulle geometrie. Ogni statuetta diventa così un <em>hotspot </em>dinamico, affiancato da pannelli informativi che trasformano la visualizzazione in un’esperienza di conoscenza.
Amirante e M. R. Pessolano, <em>Immagini di Napoli e del Regno. Le raccolte di Francesco Cassiano De Silva</em>, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2015. Calabretta, <em>La visita di Mons. Perbenedetti alla Certosa di Serra San Bruno</em>, cittàcalabriaedizioni, Soveria Mannelli 2017. Calabretta, D. Pisani (a cura di), La platea della chiesa matrice di Serra San Bruno, Editore Associazione Promocultura, Collana Fonti per la storia del Mezzogiorno moderno, 2021 D’Agostino, <em>“Grande e sontuoso […] di varie pietre e metallo, coi più vari lavori e incastri”: il ciborio di Serra San Bruno</em>, in <em>Cosimo Fanzago scultore</em>, Editori Paparo, Napoli 2011. De Leo (a cura di), <em>La visita apostolica alla Certosa di Serra S. Bruno di Mons. Andrea Perbenedetti – 1629</em>, FB Anglistik und Amerikanistik, Universität Salzburg 2017. Dolomieu, <em>Memoria sopra i tremuoti della Calabria nell’anno 1783</em>, G.P. Merande e comp. libraj, Napoli 1785. Fiore, <em>Della Calabria illustrata</em>, 2 voll., Nella stamperia di Domenico Roselli, Napoli 1743. <strong> </strong> Gaudioso, <em>Emergenza macrosismica, controllo del territorio e tutela dell’ordine pubblico nella Calabria del Settecento</em>, in «Mediterranea Ricerche storiche», n. 14, 2008; Guidoboni, G. Ferrari, D. Mariotti, A. Comastri, G. Tarabusi, G. Sgattoni, G. Valensise, <em>CFTI5Med, Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (461 a.C.-1997) e nell’area Mediterranea (760 a.C.–1500)</em>, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), 2018; Guidoboni, G. Ferrari, G. Tarabusi, G. Sgattoni, A. Comastri, D. Mariotti, C. Ciuccarelli, M. G. Bianchi, G. Valensise, <em>CFTI5Med, the new release of the catalogue of strong earthquakes in Italy and in the Mediterranean area</em>, <em>Sci Data</em>, 6, Article number: 80, 2019; Gritella, <em>La Certosa di S. Stefano del Bosco a Serra S. Bruno. Documenti per la storia di un eremo di origine normanna</em>, L’Artistica, Savigliano 1991; Grimaldi, <em>Il terremoto del 1783 in Calabria e Sicilia. Fonti iconografiche e resoconti di viaggio</em>, a cura di A. D’Ascenzo, Editore Labgeo, Caraci, Roma 2016; Hamilton, <em>Relazione dell’ultimo terremoto delle Calabrie e della Sicilia inviata alla società reale di Londra</em>, Stamperia della Rovere, Firenze 1783; Nisticò, «<em>Problemi sui monumenti rinascimentali di Serra S. Bruno. Un problema artistico: la chiesa della Certosa rinascimentale a Serra S. Bruno</em>», Brutium, 48, 1969, n. 1; Nisticò, <em>Su alcuni problemi artistici della Certosa di Serra S. Bruno in Calabria</em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 1989; B. Pacichelli, <em>Lettere familiari, istoriche, et erudite tratte dalle memorie recondite dell’abate Gio. Battista Pacichelli</em>, appresso li socii Parrino e Mutii, Napoli 1695; B. Pacichelli, <em>Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie</em>, nella stamperia di Dom. Ant. Parrino, Napoli 1703; rist. a cura di G. Valente, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1977; Panarello, <em>«La scultura della tarda maniera nella Certosa di Serra San Bruno»</em>, in <em>Artisti della tarda maniera nel viceregno di Napoli. Mastri scultori, marmorari e architetti</em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010; Panarello, <em>Fanzago e fanzaghiani in Calabria. Il circuito artistico nel Seicento fra Roma, Napoli e la Sicilia</em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012; Placanica, <em>L’iliade funesta. Storia del terremoto calabro-messinese del 1783</em>, Casa Editrice del Libro, Roma 1982; Principe, <em>Città nuove in Calabria nel tardo Settecento (1a ed. Chiaravalle Centrale, Effe Emme 1976)</em>, Gangemi, Roma 2001; Principe, <em>1783: Il progetto della forma: la ricostruzione della Calabria negli archivi di Cassa sacra a Catanzaro e Napoli</em>, Gangemi Editore, Roma 1985; Principe, <em>Paesaggi e vedute di Calabria nella raccolta Zerbi</em>, Mapograf, Vibo Valentia 1993; Principe, <em>La Certosa di S. Stefano del Bosco a Serra S. Bruno. Fonti e documenti per la storia di un territorio calabrese</em>, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1980; Puntieri, <em>Certosa di Serra San Bruno. La chiesa cinquecentesca nell’opera di Jacopo Del Duca</em>, Edizioni Mapograf, Vibo Valentia 2003; Pisani, <em>Il primo libro dei conti della regia arciconfraternita di Maria SS. Addolorata di Serra San Bruno</em>, <em>Esperide. Cultura artistica in Calabria</em>, 2, 2009, nn. 3-4; Pisani, <em>Il secondo libro dei conti della regia arciconfraternita di Maria SS. Addolorata di Serra San Bruno. Notizie storiche e artistiche</em>, <em>Esperide. Cultura artistica in Calabria</em>, 8, 2015, nn. 15-16, pp. 177-196; Pisani, <em>La Certosa di Serra San Bruno e la storiografia artistica. Fortuna critica delle opere di devozione monastica con note ai margini</em>, in D. Pisani, F. Tassone, <em>Certosini a Serra San Bruno. Il patrimonio storico e artistico</em>, Edizioni Certosa, s.l. 2015; Pisani, <em>Elementi scultorei e architettonici provenienti dall’antica Certosa di Santo Stefano del Bosco custoditi a Serra San Bruno</em>, <em>Esperide. Cultura artistica in Calabria</em>, 27-28, gennaio–dicembre 2021; A. Romano, <em>Estrazione e impiego del granito nel territorio dell’attuale provincia di Vibo Valentia</em>, Esperide, I, 2008, 2, pp. 4-39; Russo, <em>Regesto vaticano per la Calabria (vol. III)</em>, Gesualdi, Roma 1977; Salerno, <em>Ab antiquissimis temporibus: diritti e poteri signorili monastici nel Mezzogiorno tardomedievale: Santo Stefano del Bosco</em>, in <em>Mélanges de l’École française de Rome</em>, n.134, 2, École Française de Rome, 2022; Sarconi, <em>Istoria de’ fenomeni del tremoto avvenuto nelle Calabrie, e nel Valdemone nell’anno 1783 posta in luce dalla Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Lettere di Napoli</em>, presso Giuseppe Campo, Napoli 1784; Tripodi, <em>In Calabria tra Cinquecento e Ottocento (Ricerche d’archivio)</em>, Jason, Reggio Calabria 1994; Tromby, <em>Storia critico-cronologica, diplomatica, del Patriarca S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano</em>, 10 voll., V. Orsino, Napoli 1773–1779, tomo II; Vivenzio, <em>Istoria de’ Tremuoti avvenuti nella Provincia della Calabria ulteriore, e nella Città di Messina nell’anno 1783. E di quanto nella Calabria fu fatto per lo suo risorgimento fino al 1787. Preceduta da una Teoria, ed Istoria Generale de’ Tremuoti</em> (2 voll.) (<em>1a ed. 1783, Napoli</em>), Stamperia regale, Napoli 1788; Vignola, <em>Regola delli cinque ordini d’architettura di M. Iacomo Barozzio da Vignola</em>, s.e., s.l. [Roma] s.n. [1562].
<div class="elementor-element elementor-element-fae65ac e-flex e-con-boxed e-con e-parent" data-id="fae65ac" data-element_type="container" data-settings="{"content_width":"boxed"}" data-core-v316-plus="true"> <div class="e-con-inner"> <div class="elementor-element elementor-element-fe80ca8 e-con-full e-flex e-con e-child" data-id="fe80ca8" data-element_type="container" data-settings="{"content_width":"full"}"> <div class="elementor-element elementor-element-80f3997 elementor-widget elementor-widget-heading" data-id="80f3997" data-element_type="widget" data-widget_type="heading.default"> <div class="elementor-widget-container"> <p class="elementor-heading-title elementor-size-default"><span style="font-size: 16px;">Amirante e M. R. Pessolano, </span><em style="font-size: 16px;">Immagini di Napoli e del Regno. Le raccolte di Francesco Cassiano De Silva</em><span style="font-size: 16px;">, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2015.</span></p> </div> </div> </div> </div> </div> <div class="elementor-element elementor-element-9de1805 e-flex e-con-boxed e-con e-parent" data-id="9de1805" data-element_type="container" data-settings="{"content_width":"boxed"}" data-core-v316-plus="true"> <div class="e-con-inner"> <div class="elementor-element elementor-element-d704b41 elementor-widget elementor-widget-text-editor" data-id="d704b41" data-element_type="widget" data-widget_type="text-editor.default"> <div class="elementor-widget-container"> Calabretta, <em>La visita di Mons. Perbenedetti alla Certosa di Serra San Bruno</em>, cittàcalabriaedizioni, Soveria Mannelli 2017. Calabretta, D. Pisani (a cura di), La platea della chiesa matrice di Serra San Bruno, Editore Associazione Promocultura, Collana Fonti per la storia del Mezzogiorno moderno, 2021 D’Agostino, <em>“Grande e sontuoso […] di varie pietre e metallo, coi più vari lavori e incastri”: il ciborio di Serra San Bruno</em>, in <em>Cosimo Fanzago scultore</em>, Editori Paparo, Napoli 2011. De Leo (a cura di), <em>La visita apostolica alla Certosa di Serra S. Bruno di Mons. Andrea Perbenedetti – 1629</em>, FB Anglistik und Amerikanistik, Universität Salzburg 2017. Dolomieu, <em>Memoria sopra i tremuoti della Calabria nell’anno 1783</em>, G.P. Merande e comp. libraj, Napoli 1785. Fiore, <em>Della Calabria illustrata</em>, 2 voll., Nella stamperia di Domenico Roselli, Napoli 1743. <strong> </strong>Gaudioso, <em>Emergenza macrosismica, controllo del territorio e tutela dell’ordine pubblico nella Calabria del Settecento</em>, in «Mediterranea Ricerche storiche», n. 14, 2008; Guidoboni, G. Ferrari, D. Mariotti, A. Comastri, G. Tarabusi, G. Sgattoni, G. Valensise, <em>CFTI5Med, Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (461 a.C.-1997) e nell’area Mediterranea (760 a.C.–1500)</em>, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), 2018; Guidoboni, G. Ferrari, G. Tarabusi, G. Sgattoni, A. Comastri, D. Mariotti, C. Ciuccarelli, M. G. Bianchi, G. Valensise, <em>CFTI5Med, the new release of the catalogue of strong earthquakes in Italy and in the Mediterranean area</em>, <em>Sci Data</em>, 6, Article number: 80, 2019; Gritella, <em>La Certosa di S. Stefano del Bosco a Serra S. Bruno. Documenti per la storia di un eremo di origine normanna</em>, L’Artistica, Savigliano 1991; Grimaldi, <em>Il terremoto del 1783 in Calabria e Sicilia. Fonti iconografiche e resoconti di viaggio</em>, a cura di A. D’Ascenzo, Editore Labgeo, Caraci, Roma 2016; Hamilton, <em>Relazione dell’ultimo terremoto delle Calabrie e della Sicilia inviata alla società reale di Londra</em>, Stamperia della Rovere, Firenze 1783; Nisticò, «<em>Problemi sui monumenti rinascimentali di Serra S. Bruno. Un problema artistico: la chiesa della Certosa rinascimentale a Serra S. Bruno</em>», Brutium, 48, 1969, n. 1; Nisticò, <em>Su alcuni problemi artistici della Certosa di Serra S. Bruno in Calabria</em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 1989; B. Pacichelli, <em>Lettere familiari, istoriche, et erudite tratte dalle memorie recondite dell’abate Gio. Battista Pacichelli</em>, appresso li socii Parrino e Mutii, Napoli 1695; B. Pacichelli, <em>Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie</em>, nella stamperia di Dom. Ant. Parrino, Napoli 1703; rist. a cura di G. Valente, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1977; Panarello, <em>«La scultura della tarda maniera nella Certosa di Serra San Bruno»</em>, in <em>Artisti della tarda maniera nel viceregno di Napoli. Mastri scultori, marmorari e architetti</em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010; Panarello, <em>Fanzago e fanzaghiani in Calabria. Il circuito artistico nel Seicento fra Roma, Napoli e la Sicilia</em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012; Placanica, <em>L’iliade funesta. Storia del terremoto calabro-messinese del 1783</em>, Casa Editrice del Libro, Roma 1982; Principe, <em>Città nuove in Calabria nel tardo Settecento (1a ed. Chiaravalle Centrale, Effe Emme 1976)</em>, Gangemi, Roma 2001; Principe, <em>1783: Il progetto della forma: la ricostruzione della Calabria negli archivi di Cassa sacra a Catanzaro e Napoli</em>, Gangemi Editore, Roma 1985; Principe, <em>Paesaggi e vedute di Calabria nella raccolta Zerbi</em>, Mapograf, Vibo Valentia 1993; Principe, <em>La Certosa di S. Stefano del Bosco a Serra S. Bruno. Fonti e documenti per la storia di un territorio calabrese</em>, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1980; Puntieri, <em>Certosa di Serra San Bruno. La chiesa cinquecentesca nell’opera di Jacopo Del Duca</em>, Edizioni Mapograf, Vibo Valentia 2003; Pisani, <em>Il primo libro dei conti della regia arciconfraternita di Maria SS. Addolorata di Serra San Bruno</em>, <em>Esperide. Cultura artistica in Calabria</em>, 2, 2009, nn. 3-4; Pisani, <em>Il secondo libro dei conti della regia arciconfraternita di Maria SS. Addolorata di Serra San Bruno. Notizie storiche e artistiche</em>, <em>Esperide. Cultura artistica in Calabria</em>, 8, 2015, nn. 15-16, pp. 177-196; Pisani, <em>La Certosa di Serra San Bruno e la storiografia artistica. Fortuna critica delle opere di devozione monastica con note ai margini</em>, in D. Pisani, F. Tassone, <em>Certosini a Serra San Bruno. Il patrimonio storico e artistico</em>, Edizioni Certosa, s.l. 2015; Pisani, <em>Elementi scultorei e architettonici provenienti dall’antica Certosa di Santo Stefano del Bosco custoditi a Serra San Bruno</em>, <em>Esperide. Cultura artistica in Calabria</em>, 27-28, gennaio–dicembre 2021; A. Romano, <em>Estrazione e impiego del granito nel territorio dell’attuale provincia di Vibo Valentia</em>, Esperide, I, 2008, 2, pp. 4-39; Russo, <em>Regesto vaticano per la Calabria (vol. III)</em>, Gesualdi, Roma 1977; Salerno, <em>Ab antiquissimis temporibus: diritti e poteri signorili monastici nel Mezzogiorno tardomedievale: Santo Stefano del Bosco</em>, in <em>Mélanges de l’École française de Rome</em>, n.134, 2, École Française de Rome, 2022; Sarconi, <em>Istoria de’ fenomeni del tremoto avvenuto nelle Calabrie, e nel Valdemone nell’anno 1783 posta in luce dalla Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Lettere di Napoli</em>, presso Giuseppe Campo, Napoli 1784; Tripodi, <em>In Calabria tra Cinquecento e Ottocento (Ricerche d’archivio)</em>, Jason, Reggio Calabria 1994; Tromby, <em>Storia critico-cronologica, diplomatica, del Patriarca S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano</em>, 10 voll., V. Orsino, Napoli 1773–1779, tomo II; Vivenzio, <em>Istoria de’ Tremuoti avvenuti nella Provincia della Calabria ulteriore, e nella Città di Messina nell’anno 1783. E di quanto nella Calabria fu fatto per lo suo risorgimento fino al 1787. Preceduta da una Teoria, ed Istoria Generale de’ Tremuoti</em> (2 voll.) (<em>1a ed. 1783, Napoli</em>), Stamperia regale, Napoli 1788; Vignola, <em>Regola delli cinque ordini d’architettura di M. Iacomo Barozzio da Vignola</em>, s.e., s.l. [Roma] s.n. [1562]. </div> </div> </div> </div>
Fortunato, L. Russo, <em>Il rilievo 3D dell’altare maggiore della chiesa di Maria SS. dei Sette Dolori a Serra San Bruno</em>, in L. Campanella, C. Piccioli, A. Rendina, V. Romanelli (a cura di), <em>Diagnosis for the Conservation and Valorization of Cultural Heritage. Atti del XIV Convegno Internazionale AIES</em>, Napoli, 5-6 dicembre 2024, Edizioni del Delfino, Napoli 2024, pp. 72–81, ISBN 9788831366199; Fortunato, L. Russo, <em>Verso la costruzione di una banca dati 3D per la fruizione e la valorizzazione di opere della certosa a Serra San Bruno, </em>in L. Carlevaris et al. (Eds.). èkphrasis. Descrizioni nello spazio della rappresentazione/èkphrasis. Descriptions in the space of representation. Proceedings of the 46th International Conference of Representation Disciplines Teachers, FrancoAngeli editore, Milano 2025, pp. 1127 -1146, ISBN 9788835182412; Fortunato, L. Russo, <em>Serra San Bruno e la sua Certosa. Rilievi digitali e percorsi di narrazione interattiva, </em>in SPLASCH. Una piattaforma condivisa per il Patrimonio dei Beni Culturali, a cura di R. Florio e R. Catuogno, Editori Paparo, Napoli 2025, pp. 167-189, ISBN 9791281389700; Russo, <em>Strategie integrate per la modellazione informativa del patrimonio culturale.</em> <em>Digitalizzazione, semantica e gestione dei modelli, </em>in SPLASCH. Una piattaforma condivisa per il Patrimonio dei Beni Culturali, a cura di R. Florio e R. Catuogno, Editori Paparo, Napoli 2025, pp. 191-207, ISBN 9791281389700.
Settore dell’Ambulatio
Settore dell’Ambulatio
Il Settore dell’Ambulatio costituisce una componente fondamentale del sistema articolato delle Terme di Baia ed è caratterizzato dalla presenza di spazi di percorrenza coperti e scoperti, destinati alla deambulazione e alla connessione funzionale tra i diversi ambienti termali. L’ambulatio si inserisce in un impianto architettonico complesso, organizzato secondo terrazze successive adattate alla morfologia naturale del pendio, e svolge un ruolo strategico sia dal punto di vista distributivo sia da quello percettivo e paesaggistico. Il settore è databile prevalentemente all’età romana imperiale e presenta una stratificazione architettonica che riflette le trasformazioni e gli ampliamenti del complesso nel tempo.
A partire dai dati di rilievo sono state prodotte piante, sezioni e prospetti utili alla lettura spaziale e funzionale del settore. Le rappresentazioni grafiche hanno evidenziato il ruolo dell’ambulatio come elemento di connessione e come dispositivo architettonico capace di orchestrare le sequenze spaziali del complesso termale, chiarendo inoltre le relazioni tra spazi coperti, aree aperte e affacci panoramici.
Coarelli, F. (1996). <em>Baia, Miseno e il golfo flegreo</em>. Roma, Italy: Laterza. <div> de Franciscis, A. (1975). <em>Il complesso archeologico di Baia</em>. Napoli, Italy: Gaetano Macchiaroli. Maiuri, A. (1958). <em>I Campi Flegrei</em>. Roma, Italy: Istituto Poligrafico dello Stato. Pagano, M. (1990). Le terme romane di Baia. In <em>Baia. Il parco archeologico</em> (pp. 45–72). Napoli, Italy: Soprintendenza Archeologica per le Province di Napoli e Caserta. Pensabene, P. (2013). Architettura e decorazione architettonica nei complessi termali dei Campi Flegrei. In F. Zevi (Ed.), <em>I Campi Flegrei: archeologia, architettura e paesaggio</em> (pp. 221–246). Napoli, Italy: Electa Napoli. Zevi, F., & Guzzo, P. G. (Eds.). (2009). <em>Terme romane d’Italia</em>. Milano, Italy: Electa. </div>
Settore della Sosandra
Settore della Sosandra
Settore di Diana
Il cosiddetto Tempio di Diana costituisce uno dei principali edifici cupolati del complesso delle Terme di Baia ed è databile all’età severiana (fine II – inizi III secolo d.C.). Tradizionalmente interpretato come edificio cultuale sulla base di attestazioni antiquarie, il monumento è oggi unanimemente riconosciuto come grande ambiente termale, probabilmente destinato a funzioni di balneazione e soggiorno, inserito in un articolato sistema architettonico-territoriale. L’edificio si caratterizza per una vasta aula a pianta centrale, originariamente coperta da una pseudo‑cupola di grande luce, parzialmente collassata, che rappresenta una delle massime espressioni della tensione monumentale dell’architettura romana imperiale. L’architettura del cd. Tempio di Diana si inserisce in una sequenza sperimentale che comprende anche i cd. Templi di Mercurio e di Venere, collocandosi come esito maturo della ricerca costruttiva romana sulle grandi coperture in opus caementicium, in stretto rapporto con le condizioni geologiche e ambientali dei Campi Flegrei.
Il rilievo del cd. Tempio di Diana, come documentato nell’ultimo contributo scientifico, è stato condotto mediante una metodologia di rilievo integrato che combina aerofotogrammetria da sistema SAPR (SfM), scansione laser terrestre (TLS) e rilievo topografico con punti di controllo a terra (GCP). L’integrazione dei dataset ha consentito la costruzione di una nuvola di punti georeferenziata ad alta densità, permettendo una restituzione metrica accurata delle strutture superstiti, della geometria della cupola e delle relazioni spaziali con il contesto circostante. Il rilievo è stato finalizzato non solo alla documentazione dello stato di fatto ma anche all’analisi della forma‑struttura dell’edificio.
A partire dalla nuvola di punti integrata sono state elaborate rappresentazioni bidimensionali quali piante a differenti quote, sezioni longitudinali e trasversali e viste prospettiche, indispensabili per la lettura architettonica e morfologica del manufatto. Le rappresentazioni hanno svolto un ruolo critico nell’interpretazione del rapporto tra modello geometrico e forma costruita, consentendo di comparare i dati di rilievo con le ipotesi formulate nella letteratura precedente e di individuare scostamenti, deformazioni e tracce significative della tecnica costruttiva originaria.
Il modello tridimensionale del cd. Tempio di Diana è stato sviluppato come modello interpretativo avanzato, finalizzato allo studio delle geometrie generative della cupola. Attraverso processi di modellazione parametrica e confronti matematico‑geometrici, il modello ha permesso di verificare l’ipotesi di una geometria basata sull’ovoide di Keplero, proponendo una rilettura del profilo dell’intradosso rispetto alle precedenti soluzioni policentriche. Il modello costituisce la base per un digital twin conoscitivo, orientato allo studio, al monitoraggio e alla valorizzazione del bene.
I modelli tridimensionali derivati dal rilievo integrato e dalla modellazione interpretativa risultano predisposti per applicazioni di fruizione immersiva e Virtual Tour. Tali strumenti consentono una restituzione leggibile e accessibile dello spazio architettonico complesso, favorendo la comprensione della monumentalità, della geometria e delle relazioni spaziali dell’edificio anche in assenza di una piena percorribilità fisica del sito.
Rakob, F. (1988). Römische Kuppelbauten in Baiae. Die Gewölbeprofile. <em>Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung, 95</em>, 257–301. <div> Rakob, F. (1992). Le cupole di Baia. In M. Gigante (Ed.), <em>Civiltà dei Campi Flegrei. Atti del convegno internazionale</em> (pp. 229–258). Napoli, Italy: Giannini Editore. Sinopoli, A., Valenti, G. M., Bruno, M., Conti, C., Romor, J., & Martines, G. (2018). <em>Primato romano delle volte: Il tempio di Diana a Baia</em>. In S. D’Agostino & F. R. D’Ambrosio Alfano (Eds.), <em>International Conference on History of Engineering</em> (pp. 57–72). Napoli, Italy: Cuzzolin. Sinopoli, A., & Aita, D. (2021). The dome of the Temple of Diana in Baiae: Geometry, mechanics and architecture. In P. Roca, L. Pelà, & C. Molins (Eds.), <em>12th International Conference on Structural Analysis of Historical Constructions (SAHC 2020)</em> (pp. 433–444). Barcelona, Spain: CIMNE. </div>
Florio, R., Catuogno, R., Della Corte, T., Sanseverino, A., Borrelli, C., & Tortoriello, A. (2024). <em>“Modello” e forma del cosiddetto tempio di Diana presso le Terme di Baia / “Model” and form of the so‑called Temple of Diana by the Therme of Baia</em>. In F. Bergamo, A. Calandriello, M. Ciammaichella, I. Friso, F. Gay, G. Liva, & C. Monteleone (Eds.), <em>Misura / Dismisura. Atti del 45° Convegno Internazionale dei Docenti delle Discipline della Rappresentazione / Measure / Out of Measure. Transitions. Proceedings of the 45th International Conference of Representation Disciplines Teachers</em> (pp. 1395–1424). Milano, Italy: FrancoAngeli. https://doi.org/10.3280/oa-1180-c541
Settore di Diana2
Settore di Mercurio
Il cosiddetto Tempio di Mercurio costituisce uno degli edifici più noti e rappresentativi del complesso delle Terme di Baia ed è universalmente riconoscibile per la sua grandiosa copertura emisferica, considerata una delle più antiche cupole di grande luce dell’architettura romana. L’edificio, databile alla prima età imperiale (I secolo d.C.), non assolveva una funzione cultuale, ma era parte integrante di un articolato sistema termale, probabilmente destinato ad ambienti di balneazione o di rappresentanza. La denominazione tradizionale deriva da interpretazioni antiquarie e dalla monumentalità dello spazio, ma è oggi superata in favore di una lettura funzionale coerente con l’organizzazione complessiva del complesso di Baia. Dal punto di vista architettonico, l’edificio rappresenta un caso di straordinaria sperimentazione tecnologica, in particolare per l’uso del calcestruzzo romano e per le soluzioni adottate nella costruzione della cupola.
A partire dai dati di rilievo sono state prodotte rappresentazioni bidimensionali quali piante, sezioni e prospetti, fondamentali per l’analisi dell’organismo architettonico e per la comprensione delle soluzioni strutturali adottate. Le sezioni hanno consentito di leggere in modo chiaro la configurazione della cupola, lo spessore delle murature e il rapporto tra spazio coperto e ambienti di servizio.
L’interpretazione del monumento è stata supportata dalla consultazione di documentazione storica, descrizioni antiquarie, rilievi e studi ottocenteschi e novecenteschi, che hanno contribuito alla costruzione dell’immagine storica del cd. Tempio di Mercurio e alla sua progressiva rilettura funzionale all’interno del sistema termale di Baia.
<p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Studi storici e archeologici sul complesso termale di Baia:</p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Amalfitano, P., Camodeca, G., & Medri, M. (1990). <em>I Campi Flegrei: un itinerario archeologico</em> (1ª ed.). Marsilio.</p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Maiuri, A. (1958). <em>I Campi Flegrei</em>. Roma: Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.</p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Veronese, L. (2018). Alle origini di una difficile tutela: Amedeo Maiuri e i restauri al parco archeologico delle terme di Baia. <em>Restauro Archeologico</em>, 26(1), 20–43. <a class="reset interactable cursor-pointer decoration-1 underline-offset-1 text-super hover:underline font-semibold" href="https://doi.org/10.13128/RA-234" target="_blank" rel="nofollow noopener"><span class="text-box-trim-both">https://doi.org/10.13128/RA-234</span></a></p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Studi sulle geometrie generative e sulle cupole romane:</p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Rakob, F. (1988). Römische Kuppelbauten in Baiae. Die Gewölbeprofile. In <em>Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung</em>, 95, 257–301. Verlag Philipp von Zabern.</p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Rakob, F. (1992). Le cupole di Baia. In M. Gigante (a cura di), <em>Civiltà dei Campi Flegrei. Atti del convegno internazionale</em>, 229–258. Giannini Editore.</p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">De Angelis d’Ossat, G. (1942). <em>Il Tempio di Venere a Baia</em>. In Estratto dal Bull. del Museo dell’Imp. Rom., Vol. XIII. Stabilimento tipografico ditta Carlo Colombo.</p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">De Angelis d’Ossat, G. (1977). L’architettura delle terme di Baia. In <em>I Campi Flegrei nell’archeologia e nella storia. Atti dei Convegni dei Lincei 33</em>. Roma, 4-7 maggio 1976, 247–272. Accademia Nazionale dei Lincei.</p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Studi recenti con rilievo integrato e analisi strutturale:</p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Sinopoli, A., Valenti, G. M., Bruno, M., Conti, C., Romor, J., & Martines, G. (2018). Primato romano delle volte: Il tempio di Diana a Baia. In S. D’Agostino & F. R. D’Ambrosio Alfano (a cura di), <em>International Conference on History of Engineering, 7° Convegno di Storia dell’Ingegneria</em>, 57–71. Cuzzolin.</p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Sinopoli, A., & Aita, D. (2021). The Dome of the Temple of Diana in Baiae: Geometry, Mechanics and Architecture. In P. Roca, L. Pelà, & C. Molins (a cura di), <em>12th International Conference on Structural Analysis of Historical Constructions. SAHC 2020</em>, 433–444. CIMNE. <a class="reset interactable cursor-pointer decoration-1 underline-offset-1 text-super hover:underline font-semibold" href="https://doi.org/10.23967/sahc.2021.285" target="_blank" rel="nofollow noopener"><span class="text-box-trim-both">https://doi.org/10.23967/sahc.2021.285</span></a></p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Florio, R., Catuogno, R., Della Corte, T., Sanseverino, A., Borrelli, C., & Tortoriello, A. (2024). ‘Modello’ e forma del cosiddetto tempio di Diana presso le Terme di Baia. In F. Bergamo et al. (a cura di), <em>Measure / Out of Measure. Proceedings of the 45th International Conference of Representation Disciplines Teachers</em>, 1395–1424. FrancoAngeli. <a class="reset interactable cursor-pointer decoration-1 underline-offset-1 text-super hover:underline font-semibold" href="https://doi.org/10.3280/oa-1180-c541" target="_blank" rel="nofollow noopener"><span class="text-box-trim-both">https://doi.org/10.3280/oa-1180-c541</span></a></p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Maggio, F., & Garozzo, A. (2024). L’analisi grafica tra tradizione e innovazione. <em>TRIBELON Journal of Drawing and Representation of Architecture, Landscape and Environment</em>, 1(1), 60–73. <a class="reset interactable cursor-pointer decoration-1 underline-offset-1 text-super hover:underline font-semibold" href="https://doi.org/10.36253/tribelon-2857" target="_blank" rel="nofollow noopener"><span class="text-box-trim-both">https://doi.org/10.36253/tribelon-2857</span></a></p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Teoria della rappresentazione e memoria:</p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Augé, M. (2003). <em>Le temps en ruines</em>. A. Serafini (a cura di), trad. it., <em>Rovine e macerie. Il senso del tempo</em> (2004). Bollati Boringhieri.</p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Bergson, H. (1986). <em>Matière et mémoire</em>. F. Sossi (a cura di), trad. it., <em>Opere 1889-1896</em>. Mondadori.</p> <p class="my-2 [&+p]:mt-4 [&_strong:has(+br)]:inline-block [&_strong:has(+br)]:pb-2">Settis, S. (2004). <em>Futuro del ‘classico’</em>. Einaudi.</p>
Settore di Mercurio1
Settore di Venere
Il cosiddetto Tempio di Venere e il contiguo Settore di Venere costituiscono un articolato sistema architettonico inserito nel più ampio complesso delle Terme di Baia, interpretabile come ambito termale‑residenziale di età romana imperiale, sviluppato tra la fine del I secolo a.C. e il II secolo d.C. L’attribuzione cultuale del cd. Tempio di Venere, di origine antiquaria, è oggi superata a favore di una lettura funzionale che riconosce nell’edificio un grande ambiente coperto connesso a spazi termali e di rappresentanza. Il Settore di Venere, posto in continuità spaziale e funzionale, si distingue per una complessa articolazione su più livelli terrazzati, con ambienti voltati, vasche, percorsi e spazi di servizio che evidenziano un raffinato controllo del rapporto tra architettura, morfologia naturale e paesaggio flegreo.
Il rilievo dell’area è stato condotto mediante un approccio integrato multi‑scala che combina rilievo topografico, scansione laser terrestre (TLS) e aerofotogrammetria da drone (Structure from Motion). L’integrazione delle diverse tecniche ha permesso di acquisire un dataset georeferenziato ad alta densità informativa, capace di restituire con accuratezza le geometrie degli ambienti, le relazioni altimetriche tra i livelli e il rapporto tra strutture costruite e pendio naturale.
Dalle nuvole di punti sono state derivate rappresentazioni bidimensionali quali piante, sezioni e prospetti, fondamentali per la lettura distributiva e strutturale del complesso. Le sezioni, in particolare, hanno consentito di chiarire la complessità volumetrica del Settore di Venere e le connessioni tra gli spazi coperti e scoperti, contribuendo alla comprensione delle fasi costruttive e delle trasformazioni successive.
I dati di rilievo sono confluiti in modelli tridimensionali ad alta risoluzione, concepiti come base per la costruzione di un digital twin dell’area. I modelli integrano informazioni geometriche e materiche e sono predisposti per successive implementazioni semantiche, funzionali alla gestione del patrimonio, all’analisi dello stato di conservazione e alla simulazione di scenari evolutivi legati anche ai fenomeni di natura geologica.
I modelli tridimensionali sono stati utilizzati per lo sviluppo di percorsi di fruizione virtuale, finalizzati alla valorizzazione e alla divulgazione scientifica del complesso. Il Virtual Tour consente una lettura immersiva e continua del cd. Tempio di Venere e del Settore di Venere, facilitando la comprensione spaziale di un sistema architettonico oggi parzialmente compromesso e di difficile fruizione diretta.
Coarelli, F. (1996). <em>Baia, Miseno e il golfo flegreo</em>. Roma, Italy: Laterza. <div> de Franciscis, A. (1975). <em>Il complesso archeologico di Baia</em>. Napoli, Italy: Gaetano Macchiaroli. Di Fraia, T. (2008). <em>Baia sommersa</em>. Napoli, Italy: Electa Napoli. Maiuri, A. (1958). <em>I campi flegrei</em>. Roma, Italy: Istituto Poligrafico dello Stato. Pagano, M. (1990). Le terme romane di Baia. In <em>Baia. Il parco archeologico</em> (pp. 45–72). Napoli, Italy: Soprintendenza Archeologica per le Province di Napoli e Caserta. Pensabene, P. (2013). Architettura e decorazione architettonica nelle terme di Baia. In F. Zevi (Ed.), <em>I Campi Flegrei: archeologia, architettura e paesaggio</em> (pp. 221–246). Napoli, Italy: Electa Napoli. Sgobbo, I. (2016). Il cosiddetto Tempio di Venere a Baia: rilettura funzionale e spaziale. <em>Annuario della Scuola Archeologica di Atene e delle Missioni Italiane in Oriente, 94</em>, 187–214. Zevi, F., & Guzzo, P. G. (Eds.). (2009). <em>Terme romane d’Italia</em>. Milano, Italy: Electa. </div>
Florio, R., Catuogno, R., Della Corte, T., & Borrelli, C. (2024). Rilievo integrato e modellazione informativa del cd. Tempio di Venere e del Settore di Venere a Baia. In <em>SPLASCH. Una piattaforma condivisa per il patrimonio dei beni culturali</em>. Roma–Napoli, Italy: Editori Paparo. Florio, R., & Catuogno, R. (2025). Digital twin per contesti archeologici complessi: il caso del Settore di Venere alle Terme di Baia. In <em>Atti del Convegno Internazionale di Rappresentazione e Digital Heritage</em>. Napoli, Italy.
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